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Pianificazione urbanistica, le associazioni ambientaliste possono impugnare gli atti

Fonte: Casaeclima, 23/02/2015

Le associazioni ambientaliste di livello nazionale sono legittimate ad impugnare non solo gli atti amministrativi in materia ambientale, ma anche gli atti che incidono più in generale sulla qualità della vita in un dato territorio.
Il chiarimento arriva dalla sentenza n. 839/2015 (depositata il 19 febbraio) emessa dalla quarta sezione del Consiglio di Stato.
Alle associazioni ambientaliste non compete solo la tutela paesistica. Palazzo Spada è del parere che la tesi per cui le attribuzioni delle associazioni ambientaliste sarebbero limitate unicamente alla tutela paesistica, «non può essere sostenuta ed è sconfessata da una lettura della giurisprudenza in tema, che traccia una evidente parabola interpretativa, tesa al riconoscimento di una nozione di protezione ambientale ampiamente articolata. In questo senso, gli spunti appaiono numerosi (ricordando, senza pretesa di completezza, Cons. Giust. Amm. Reg. Sic., 27 settembre 2012 n. 811; Consiglio di Stato, sez. IV, sent. 14 aprile 2011, n.2329; id, sez. VI 15 giugno 2010 n. 3744; id., sez. IV, 12 maggio 2009 n. 2908; id., sez. IV 31 maggio 2007 n.2849) e concordanti nel senso di attribuire alle associazioni ambientaliste la legittimazione ad agire in giudizio non solo, per la tutela degli interessi ambientali in senso stretto, ma anche per quelli ambientali in senso lato, ossia quelli comprensivi dei temi della conservazione e valorizzazione dell’ambiente latamente inteso, del paesaggio urbano, rurale, naturale nonché dei monumenti e dei centri storici, tutti beni e valori idonei a caratterizzare in modo originale, peculiare ed irripetibile un certo ambito geografico territoriale rispetto ad altri».
Palazzo Spada ricorda che «In tempi ancora più recenti, correlandosi alla materia qui in esame, questo Consiglio (sez. IV, 9 gennaio 2014 n. 36) ha affermato ancora più incisivamente che il potere di pianificazione urbanistica non è funzionale solo all’interesse pubblico all’ordinato sviluppo edilizio del territorio in considerazione delle diverse tipologie di edificazione distinte per finalità (civile abitazione, uffici pubblici, opifici industriali e artigianali, etc.), ma esso è funzionalmente rivolto alla realizzazione contemperata di una pluralità di interessi pubblici, che trovano il proprio fondamento in valori costituzionalmente garantiti. L’ambiente, dunque, costituisce inevitabilmente l’oggetto (anche) dell’esercizio di poteri di pianificazione urbanistica e di autorizzazione edilizia; così come, specularmente, l’esercizio dei predetti poteri di pianificazione non può non tenere conto del “valore ambiente”, al fine di preservarlo e renderne compatibile la conservazione con le modalità di esistenza e di attività dei singoli individui, delle comunità, delle attività anche economiche dei medesimi».
Di conseguenza, «gli atti che costituiscono esercizio di pianificazione urbanistica, la localizzazione di opere pubbliche, gli atti autorizzatori di interventi edilizi, nella misura in cui possano comportare danno per l’ambiente ben possono essere oggetto di impugnazione da parte delle associazioni ambientaliste, in quanto atti latamente rientranti nella materia “ambiente”, in relazione alla quale si definisce (e perimetra) la legittimazione delle predette associazioni».

 

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Urbanistica tossica, Lupi sulla città

Condividiamo in pieno l’articolo uscito su Il Manifesto  di Ilaria Agostini (Ricercatore Dipartimento di Architettura, Icar/20 Tecnica e pianificazione Urbanistica dell’Università di Bologna e socia di Italia Nostra Firenze) sulla riforma urbanistica Lupi II dove si parla anche della passione del Ministro per le grandi opere e di espropri rimborsati con diritti edificatori.

Fonte: Il Manifesto, 2/08/2014
Di: Ilaria Agostini

Controriforme. Privatismo selvaggio e zero pianificazione, il ministro ci riprova.
Il settore immobiliare ristagna? La nuova versione del ddl, arricchita di autocrazia renziana,
punta a rendere edificabile l’intera penisola

«Il governo del territorio è regolato in modo che sia assicurato il riconoscimento e la garanzia della proprietà privata […] e il suo godimento». L’art. 8 è il distillato della bozza di ddl (Principi in materia di politiche territoriali e trasformazione urbana) presentata dal ministro Lupi al Maxxi di Roma il 24 luglio scorso. A distanza di nove anni dal ddl 3519/2005 noto come “legge Lupi”, approvato dalla Camera nel Berlusconi III e poi fortunosamente bocciato in Senato col contributo della destra che lo ritenne antagonista alla tuttora vigente legge urbanistica n. 1150/1942, il ministro di rito ambrosiano ci riprova. Nella nuova versione, stagionata e arricchita di autocrazia renziana, restano fermi quei principi di «istituzionalizzazione del “privatismo” in urbanistica» – come ha scritto Sergio Brenna – allora stigmatizzati da urbanisti e giuristi in un volume curato da Maria Cristina Gibelli (La controriforma urbanistica, 2005), ma vi si aggiunge un colpo di reni da crisi globale, scoppiata in seguito proprio alle pesanti speculazioni immobiliari.
La soluzione è semplice
Per Lupi infatti urbanistica coincide con edilizia e la riforma è dunque finalizzata a trovare linfa per il settore immobiliare, stagnante. La soluzione è semplice: rendere virtualmente edificabile l’intera penisola, per rafforzare la rendita fondiaria attraverso l’istituzione dei diritti edificatori «trasferibili e utilizzabili […] tra aree di proprietà pubblica e privata, e liberamente commerciabili» (art. 12). Il «registro dei diritti edificatori» sancisce la finanziarizzazione della disciplina: si profila uno scenario di urbanistica drogata, dove perequazione, compensazione, premialità ed esproprio (sì, esproprio, cfr. art. 11, c. 2) sono ripagati con titoli tossici come in un gioco di borsa. Tutto il contrario della pianificazione.
La proposta legislativa fluttua nel completo distacco dalla concretezza fisica del territorio e dell’ambiente urbano che tenta di governare; lo slittamento dall’oggetto della pianificazione (città e territorio) alle procedure, genera, in sede di presentazione, affermazioni eversive disciplinarmente, politicamente e socialmente, tra cui spicca, per duplice grossolana aporia, «la fiscalità immobiliare come leva flessibile [sic] del governo del territorio». Ma lungo l’articolato trapela la vera passione del ministro: le grandi opere. L’istituenda DQT, Direttiva Quadro Territoriale, quinquennale e direttamente approvata dal presidente del consiglio dei ministri (art. 5), è configurata come un piano nazionale delle infrastrutture (affinché non ci si debba più confrontare con ponti sullo Stretto «proclamati e mai realizzati») che sovverte l’ordine delle cose, subordinando il paesaggio al governo del territorio, in contrasto col Codice dei beni culturali.
La pia­ni­fi­ca­zione comu­nale (che si con­fron­terà con la DQ Regio­nale) sarà sud­di­visa tra parte pro­gram­ma­to­ria «a effi­ca­cia cono­sci­tiva e rico­gni­tiva», e parte ope­ra­tiva, dove «il cam­bio di desti­na­zione d’uso (…) non richiede auto­riz­za­zione» (art. 7, c. 10, che pro­se­gue pudìco: «lad­dove la nuova desti­na­zione d’uso non neces­siti di ulte­riori dota­zioni ter­ri­to­riali rispetto a quelle esi­stenti»). Comun­que sia, il piano comu­nale è tra­volto e annien­tato dagli «accordi urba­ni­stici» (art. 15), ispi­rati agli stru­menti cri­mi­no­geni di con­trat­ta­zione pubblico/privato che tanto lustro hanno dato all’urbanistica mila­nese e romana.
La Lupi II punta sul «rin­novo urbano» rea­liz­za­bile senza regola alcuna, «anche in assenza di pia­ni­fi­ca­zione ope­ra­tiva o in dif­for­mità dalla stessa pre­vio accordo urba­ni­stico» (art. 17). Assenti in tutto l’articolato i cen­tri sto­rici – privi di tutela come ormai è moda (si veda il piano strut­tu­rale fio­ren­tino) – mal­grado Vezio De Lucia, già a fronte del ddl 2005, avesse denun­ciato lo scor­poro della tutela dall’urbanistica che si ridu­ceva così «a disci­pli­nare esclu­si­va­mente l’edificazione e l’infrastrutturazione del ter­ri­to­rio». Assenza gra­vata da un sen­tore di depor­ta­zioni di regime: pro­prie­tari o loca­tari degli immo­bili sog­getti al rin­novo urbano (fino a demo­li­zione e rico­stru­zione) saranno ospi­tati in alloggi di nuova costru­zione «per esi­genze tem­po­ra­nee o defi­ni­tive» (art. 17, c. 10, cor­sivo nostro). Que­sta la pro­spet­tiva: nuova edi­fi­ca­zione prov­vi­so­ria o defi­ni­tiva nelle peri­fe­rie, espul­sione dei ceti sociali svan­tag­giati dalle zone urbane con­so­li­date, o addi­rit­tura cen­trali, che diven­tano nuove aree di spe­cu­la­zione (ora che nella prima peri­fe­ria anche le aree indu­striali dismesse diven­tano merce rara).
Le conquiste smantellate
Esem­plare la per­vi­ca­cia eser­ci­tata nello sman­tel­la­mento delle con­qui­ste degli anni ‘60-‘70. Un esem­pio per tutti: la disap­pli­ca­zione del dm 1444/1968 sugli stan­dard urba­ni­stici, che attri­bui­sce ad ogni cit­ta­dino ita­liano, dalla Cala­bria al Veneto, una quan­tità minima di ser­vizi e attrez­za­ture. Il prin­ci­pio car­te­siano di egua­glianza penin­su­lare ver­rebbe ora spaz­zato via e sosti­tuito da «dota­zioni ter­ri­to­riali», cal­co­late regione per regione e il cui sod­di­sfa­ci­mento sarebbe garan­tito anche dai sog­getti privati.
Una riforma urba­ni­stica nazio­nale, anzi­ché rias­su­mere in un unico testo le peg­giori espe­rienze urba­ni­sti­che ita­liane del dopo Bas­sa­nini (Roma, Milano, Firenze etc.), avrebbe potuto (anzi, dovuto) sus­su­mere – per esten­derne i bene­fici all’intero paese – gli esempi posi­tivi, che pure esi­stono nel pano­rama legi­sla­tivo regio­nale. A titolo d’esempio il ddl pre­sen­tato dall’assessore Anna Mar­son al con­si­glio toscano, con­te­nente una decli­na­zione della “linea rossa”, auspi­cata dal dibat­tito disci­pli­nare inter­na­zio­nale, da trac­ciare tra città e cam­pa­gna. Ma anche il ribal­ta­mento del para­digma ter­ri­to­riale da «risorsa» o «neu­tro sup­porto«, a «patri­mo­nio» – ossia, da valore di scam­bio a valore d’uso – gio­ve­rebbe alla messa a punto di uno stru­mento sin­ce­ra­mente vòlto alla limi­ta­zione del con­sumo del suolo fertile.
Misure cui potrebbe aggiun­gersi il ripri­stino dell’art. 12 della Buca­lossi (L. 10/1977) che legava i pro­venti delle con­ces­sioni edi­fi­ca­to­rie alle opere di urba­niz­za­zione, al risa­na­mento dei cen­tri sto­rici, all’acquisizione delle aree da espro­priare, e il cui tra­vaso nelle spese ordi­na­rie dei comuni è stato rico­no­sciuto come prin­ci­pale causa dell’alluvione cemen­ti­zia dell’ultimo quindicennio.
Siamo dun­que di fronte alla bozza di un ddl bifronte, alfiere da una parte del libe­ri­smo senza freni in difesa della pro­prietà pri­vata, e dall’altra di un auto­ri­ta­ri­smo sta­ta­li­sta – o auto­cra­zia? – che anti­cipa il rifor­mando art. 117 della Costi­tu­zione secondo il quale le norme gene­rali sul governo del ter­ri­to­rio tor­ne­reb­bero ad essere mate­ria di «esclu­siva com­pe­tenza» dello stato. «8100 rego­la­menti edi­lizi comu­nali – affer­mava Lupi – non sono un segno iden­ti­ta­rio, ma un ele­mento di confusione».
E al mini­stro delle Infra­stru­ture, in luogo del Pic­colo prin­cipe le cui cita­zioni hanno get­tato nell’imbarazzo gli astanti di media cul­tura alla pre­sen­ta­zione romana, pro­po­niamo un’altra più edi­fi­cante let­tura, sul rap­porto tra libertà di azione e vin­colo: Lo sguardo da lon­tano di Claude Lévi-Strauss. «Ritengo – chio­sava l’antropologo – che la libertà, per avere un senso e un con­te­nuto, non debba, non possa, eser­ci­tarsi nel vuoto».

Italia Nostra Firenze sulla proposta di legge urbanistica regionale n.282/2013 “norme per il governo del Territorio”

Al Presidente del Consiglio Regionale della Toscana
Ai Gruppi Consiliari
All’Assessore all’Urbanistica
Al Garante dell’Informazione

Firenze 23 aprile 2014
La proposta di legge urbanistica nel complesso è da valutare positivamente perché, sia pure con cautela e forse con eccesso di prudenza, tenta di superare la dimensione comunale di programmazione del territorio, che è del tutto artificiosa e non corrisponde all’effettiva omogeneità e complementarietà dei territori oltre i confini amministrativi degli enti locali, a favore di un più vasto ambito d’intervento. Dunque è una proposta di legge attesa e ormai indispensabile, che è necessario sia presto approvata dal Consiglio Regionale, anche se necessita ancora di alcune fondamentali integrazioni, per evitare che sia inefficiente o fallisca in fase applicativa per l’eccessiva variabilità delle interpretazioni possibili.
Ricordiamo che Italia Nostra ha presentato alla Regione nel 2010, con proposta di Legge d’Iniziativa popolare, migliorie e mutamenti significativi e urgenti alla legge urbanistica regionale allora vigente tra cui:

  • l’assegnazione di un ruolo effettivo, non solo informativo, della partecipazione popolare alle scelte urbanistiche con l’introduzione di un efficace percorso ai processi di reale partecipazione democratica;
  • la riappropriazione del ruolo regionale, non solo di orientamento a priori, ma anche di monitoraggio permanente degli atti comunali della pianificazione urbanistica.

Oggi lo studio accurato della proposta, fatto dalla sezione dell’associazione nazionale “Italia Nostra”, fa rilevare che la stessa non affronta, nel modo necessario, come già auspicavamo nella proposta di legge d’iniziativa popolare – che raccolse nel 2010 più di 7000 firme di cittadini toscani certificate – la fondamentale questione della reale partecipazione democratica alle scelte urbanistiche. Nella proposta di Legge la tematica dello sbocco costruttivo della partecipazione in genere e dei processi di partecipazione in particolare (art.34), trova forte ostacolo nella chiusura finale in formulazioni amministrative che non tengono conto dell’evoluzione, anche giuridica, che i contenuti dei processi di partecipazione ormai ventennali, hanno avuto, né della necessità di poter conseguire, attraverso questi processi, risultati concreti all’atto delle decisionali finali. Non appare congruo che tali contenuti siano alla fine sottoposti, come in una qualsiasi espressione di parere, a una valutazione di parte degli organismi amministrativi, ritenuta “a priori” maggiormente valida quasi per principio e non già per merito specifico e validità. Si finisce cioè per attuare un diktat finale che svuota il reale processo di partecipazione dal basso e crea disillusione nella cittadinanza.
Mentre la proposta stessa all’art. 15 affronta invece, con ottime intenzioni, la questione del monitoraggio costante dei contenuti dei piani comunali, che a questo punto Italia Nostra suggerisce di estendere anche a ogni tipo di piano attuativo, con opportuno emendamento alla proposta di legge prima del voto di Consiglio. Inoltre, anche qui occorre proporre un’osservazione specifica propositiva, il monitoraggio costante dovrebbe essere organizzato e agevolato anche direttamente da parte di ogni forma di partecipazione dal basso (advocacy planning) di cui sopra, specie nel caso di attività da parte di Associazioni nazionali o regionali dotate di comitati.
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