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Nuovo aeroporto di Peretola: i Comitati…non hanno letto bene il PIT?!?

Pubblichiamo la lettera dei Comitati in risposta al Governatore Rossi sulla valutazione alla Variante PIT

Coordinamento Comitati/Associazioni contro il Nuovo Aeroporto di Peretola

Egregio  Governatore Rossi,
rispondiamo direttamente alle sue asserzioni circa la nostra carenza di valutazione della Variante al  PIT, che invece abbiamo letto molto bene, a differenza di Lei che un anno fa ha preteso l’adozione con minaccia di dimissioni, per arrivare in fretta e furia alla definitiva approvazione nell’anno corrente.
Infatti, da più parti e non solo da noi Comitati, nel licenziare definitivamente la Variante. sono state rilevate superficialità macroscopiche, vizi procedurali ecc…, ma Lei, con subalternità, ha fatto sì che tutto fosse approvato, rinviando  sine die  le criticità che anche gli uffici regionali  avevano evidenziato, che anche noi Comitati/Associazioni denunciavamo nella nostra email indirizzata a Lei e a tutti i Consiglieri del 2 Luglio u.s., ma che, escluso pochi,…..avete preferito eludere.
Basta verificare i verbali delle commissioni del 8 e 9 Luglio per constatare che le questioni erano più di circostanza, che di competenza e sostanza. Poi a nostro avviso la “fuga tattica” di ENAC per evitare di rispondere a qualche domanda imbarazzante, col rischio quasi sicuro di dover rinviarne l’approvazione, facendo così slittare certe tempistiche poi non compatibili con i tempi del decreto SbloccaItalia.
Però egregio Governatore, “i nodi iniziano a venire al pettine”,  perché come recentemente dimostrato:

  • non è vero che la pista sarà monodirezionale come avete sempre sostenuto;
  • non è vero che Firenze verrà sorvolata solo in caso di emergenza;
  • non è vero che gli eventuali dirottamenti saranno solo il 2%;
  • non è vero che sarà in City Airport 3C ma un aeroporto Intercontinentale 4D.

Inoltre se Lei e/o i suoi collaboratori aveste letto bene le carte, quelle che vi abbiamo inviato, avreste visto che i “fantomatici boschi della piana” sono incompatibili con il Nuovo Aeroporto e le relative valutazioni di rischio volo, come lo sono le discariche, gli inceneritori, i tratti autostradali, i depositi di benzina, i luoghi ad alta affluenza, senza parlare del Fosse Reale regimatore principe di tutto il reticolo delle acque, che con tutte le “vostre belle parole” circa il rischio idrogeologico vorreste spostare. Non si può sempre “riparare al male fatto ex postem” vedi Carrara oppure a quanto riportato da organi di stampa il Nuovo Ospedale Apuane a rischio esondazione del torrente Scilia, perché qualcuno in fase di programmazione non si è/era accorto del potenziale Rischio Idrogeologico!!
Di tutto ciò ne è prova la documentazione allegata, dove pure il Ministero inizia timidamente e in politichese a confermare tali impedimenti, parlando di Stadio, ma non di Scuola Marescialli che con un investimento di circa 270M di soldi pubblici dovrebbe essere abbattuta, per far posto al Nuovo Aeroporto!!
Inoltre egregio Governatore le alleghiamo anche una lista di aereporti Europei, con gli anni di costruzione e la distanza dai centri abitati, noterà come la maggioranza sia almeno a 10/12 km,  e quelli più vicini siano comunque  di “vecchia progettazione” e che Peretola sia in “Primis” il più vicino di tutti, ma il” buon senso” non ci appare una Sua prerogativa.
Stante l’attuale situazione in cui “mezza” Toscana finisce puntualmente sott’acqua, volere insistere, attraverso la realizzazione del Nuovo Aeroporto di Firenze, nella continua cementificazione del suolo,  nella distruzione dell’equilibrio idrogeologico raggiunto con tanti sacrifici nella Piana, continuare a non ascoltare la stessa Arpat che definisce (osservazioni PIT) il Parco della Piana “incompatibile” con quella infrastruttura, oppure il magnificarsi delle “colture biologiche proposte nel Piano” senza specificare che tale coltivazione avverrà sotto le rotte e quindi dei residui incombusti degli aerei; secondo il nostro parere, significa praticare una politica che  sostiene il vantaggio di pochi, a scapito di tutta la collettività, sia per la parte ambientale che patrimoniale.

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Pit, Parco della Piana e aeroporto, intervista a Mariarita Signorini

Risposta all’articolo de Il Foglio del Presidente Rossi

Fonte: Il Foglio
Di: Enrico Rossi, governatore della Toscana

Dalla Toscana, Pol Pot scrive al Foglio
Il presidente Rossi replica all’inchiesta fogliante, nega che il suo Piano per il territorio e il paesaggio sia un progetto totalitario e benecomunista, vanta padri nobili e riconoscimenti internazionali.

 

Il Foglio del 30 settembre conteneva un ricco lungo inserto di Alessandro Giuli dedicato a Pol Pot reincarnato in Toscana. Titolo ingannevole. In verità era una presunta “inchiesta su un progetto totalitario” (sottotitolo ancor più fuorviante): il Piano d’indirizzo territoriale della Toscana (PIT), detto anche “Piano del Paesaggio”. E’ evidente che a lavorare di fantasia si vola e si riempiono colonne d’inchiostro. Ma si fatica ad arrivare fino in fondo al lungo dossier che vorrebbe far coincidere una “tirannide benecomunista” di ispirazione cambogiana con l’applicazione di tutele già previste da molti decenni. Vale a dire: da una legge liberale – che porta la firma di Benedetto Croce (1922) – rivista e potenziata da Bottai (1939), recepita dalla Costituzione del ’46 (art. 9, che si deve principalmente a Concetto Marchesi), ampliata dalla legge Galasso (nr. 431, 1985) e riformulata nel Codice dei beni culturali e del paesaggio (2004). Verrebbe da dire: quale Pol Pot? Forse che al Foglio avranno voglia di schierare un rivoluzionario carnefice come Saloth Sar (in arte Pol Pot) accanto a Croce, Bottai, Marchesi e Giuseppe Galasso? Ma sia, prendiamo sul semiserio la provocazione. I khmer rossi s’ispiravano alla massima di Mao: “E’ su una pagina bianca che si scrivono le più belle poesie”, e tanto per cominciare potremmo dire che questo Piano del Paesaggio non è una “pagina bianca” ma una storia lunga secoli.
Il Piano toscano, ripeto, non ha introdotto nuovi vincoli, anzi non ha fatto altro che tracciare un perimetro molto preciso di quelli già esistenti. Per risolvere contenziosi, smaltire la costosa burocrazia che vi ruota attorno e arginare l’arbitrio delle soprintendenze, fare chiarezza stabilendo cosa si può e cosa non si può fare. Altro che “tirannide”. Per tutele già esistenti si intendono le “aree sotto vincolo” ministeriale, il 17 per cento del territorio regionale cioè i cosiddetti vincoli ministeriali descritti finora in modo letterario, spesso senza perimetrazione (che in Toscana sono ben 365). Il secondo blocco dei vincoli riguarda quelli previsti dalla legge Galasso del 1985, che interessano circa il 47 per cento del territorio regionale e che in buona parte sono stati già recepiti nel 1986 dall’allora presidente (comunista migliorista) Gianfranco Bartolini, certo non sospettabile di simpatie verso estremismi di sinistra.
Con l’applicazione della Galasso si sta parlando di vincoli che insistono sui corsi d’acqua, la costa, i laghi, i circhi glaciali, i boschi dell’Appennino, le Alpi Apuane e tutte le zone archeologiche già tracciate. Un terzo blocco del nostro Piano del Paesaggio riguarda i 20 ambiti nei quali è stata suddivisa la regione, di cui il piano individua la storia, le criticità, i rischi di degrado e gli obiettivi per il suo mantenimento e, se possibile, miglioramento. Di tutto questo stiamo discutendo con le categorie economiche, tra cui gli agricoltori, e le istituzioni locali allo scopo di chiarire, semplificare ulteriormente, modificare dove necessario e trovare punti di equilibrio dove gli interessi anche particolari e legittimi chiedono di essere ascoltati. Che cosa c’entra questo con l’imbrigliare lo sviluppo?
Da Leonardo a Pompeo Neri
Chi inventa queste “genealogie incredibili” (Pol Pot e la Toscana) non conosce evidentemente la storia lunga di questa terra. Trascura ad esempio che Leonardo lavorò per quarant’anni alla deviazione dell’Arno e alla riorganizzazione dell’idrografia programmando di bonificare le aree paludose, irrigare i campi, prevenire alluvioni e dissesti idrogeologici. Che i Medici e i Lorena hanno scritto sulla pietra e sulla terra il profilo del paesaggio toscano, occupandosi di valli fangose e malariche, di rimboschimenti appenninici e di canali di bonifica. Chi ritiene che la mezzadria o le colture siano un prodotto genuino e spontaneo della terra o della sola fatica dei contadini si sbaglia. La Toscana ha vissuto una tendenza di spostamenti dall’alto verso il basso (da monte a valle s’intende), col successivo sviluppo plurisecolare della mezzadria potenziata in pianura con le bonifiche del ’700. Dal contado alla città, con lo sviluppo dei distretti produttivi nel Dopoguerra. Una storia di contrasto alla malaria, alla miseria e per l’emancipazione delle masse contadine e mezzadrili. Non ha senso dilungarsi ancora, ma ha senso invece ricordare che il paesaggio nei secoli è stato modellato dal lavoro e dalle leggi. Dalla spinta emancipatrice e dall’intelligenza di intellettuali riformatori (che si chiamavano Leonardo Ximenes e Pompeo Neri). E tanto per indulgere nella storia delle idee, di recente mi è stato fatto scoprire che 150 anni fa usciva a Firenze un libro dal titolo “Man and Nature”, opera di George Perkins Marsh, il primo ambasciatore americano in Italia, inviato a Firenze direttamente da Lincoln. Già in tempi lontani sosteneva che se non si fosse messo un freno alla deforestazione, allo sfruttamento del suolo e all’espansione dell’industria, la terra e gli uomini avrebbero rischiato l’estinzione. Un pericoloso comunista anche lui? Eppure amava la foresta di Vallombrosa, a tal punto da morirvi nel 1882. Dove, risalendo nei secoli, gli spiritualissimi monaci “forestali” vallombrosiani inventarono il “taglio raso” e la coltura dell’“abete bianco” che dal Casentino si diffuse in tutta Europa.
La bellezza, la cura per il verde e la cura del suolo non sono un capriccio tirannico ma l’anima della Toscana, che ha modellato il paesaggio trasformandolo coerentemente con lo sviluppo dei rapporti sociali e del modo di produrre. Oggi le minacce del territorio e del paesaggio sono il disboscamento selvaggio, le selve infestanti, le frane, le intasature e tombature dei canali, le colate di cemento nelle aree a rischio e quindi il dissesto idrogeologico e le inondazioni. Processi che dipendono in parte dai mutamenti climatici ma soprattutto da un’azione dell’uomo più attenta a ricavare utili immediati che non a creare condizioni durature di benessere e di sviluppo. Dal 1995 al 2006 l’Italia ha consumato 750 mila ettari di superficie libera, un territorio equivalente alla regione Umbria. Solo nel corso dell’ultima legislatura ho contato molti morti per bombe d’acqua e alluvioni e ho constatato quanto rapidamente procedono e distruggono le frane. Quanto poco investe lo Stato nella prevenzione e nella cura del territorio. La Toscana ha scelto invece di rilanciare l’agenda dello sviluppo a partire proprio dal territorio. In questo senso i vincoli non sono limiti ma politiche del turismo, dell’edilizia e dell’agricoltura. Se è la bellezza che richiama il mondo in Toscana, essa va non solo preservata ma soprattutto costruita in rapporto alle più recenti sfide imposte dalle nuove tecnologie e dalla competitività globale. Se il paesaggio della Toscana finisse per essere identico a quello di altre regioni del mondo anche la qualità e il valore dei nostri prodotti agricoli perderebbero di forza e fascino. Noi ci proviamo, disposti anche a correggere errori e sottovalutazioni. Questa è appunto l’antica arte del governo della sinistra in Toscana. Approfitto infine dell’ospitalità per ricordare ai lettori del Foglio che la mia regione a differenza della Cambogia di Pol Pot è anche una regina dell’export con indici economici migliori della media nazionale. In Toscana più che altrove siamo in grado di accogliere le principali multinazionali e di attrarre importanti investimenti esteri come ha riconosciuto di recente, con le seguenti parole, un temibile sovversivo d’oltreoceano: “I would also like to say congratulations to Tuscany Regional President Rossi. Enrico, you and your team have shown that with the right vision and commitment, innovation can be achieved” (Ambassador Phillips’ Speech to AmCham Florence Gala Dinner, July 08, 2014). Chissà se questa capacità di attrazione di investimenti non dipenda anche dalla bellezza del nostro paesaggio. Noi pensiamo di sì.

Italia Nostra su vigneti e PIT Toscana‏

Cliccate qui per leggere il testo integrale dell’intervento del Prof Rombai.
Cliccate qui per ascoltare l’intervista rilasciata dall’Assessore  Marson il 30 settembre a Controradio
Cliccate qui
per leggere l’articolo del Corriere Fiorentino: “La guerra del vino (ma la Toscana non è la California)”

 1 ottobre 2014, comunicato stampa

Fuorvianti e inaccettabili le critiche dei viticoltori al PIT della Toscana.
L’intento? Niente vincoli e mani libere sul paesaggio

Di: Prof. Rombai, docente di Geografia all’Università di Firenze e Presidente di Italia Nostra Firenze

La martellante levata di scudi da parte di precise forze economiche – imprenditori enologici, singoli e associati, purtroppo con il sostegno convinto o interessato di molti amministratori locali – contro il primo Piano di Indirizzo Territoriale (PIT) della Regione Toscana approvato dal Mibact e adottato dal Consiglio Regionale, è fuorviante e inaccettabile. Infatti, in nessuna parte del PIT si prescrive il divieto assoluto di creare nuovi vigneti. Invece, partendo dalle evidenti criticità di ordine geo-morfologico e idraulico, ci si limita ad esprimere “indirizzi” e “incentivi” – quindi assolutamente non divieti e non prescrizioni vincolanti! – razionali e del tutto condivisibili a favore della varietà e dell’alternanza delle coltivazioni, vigneti compresi, meglio se di dimensioni più piccole rispetto a quelli abnormi, di tipo californiano, fin qui realizzati. Coltivazioni antiche che trovano conferma non solo nella tradizione sapiente dell’agricoltura toscana sette-otto-novecentesca – specialmente incentrata sugli agronomi imprenditori illuminati dell’Accademia dei Georgofili (a partire da Agostino Testaferrata, Cosimo Ridolfi e Bettino Ricasoli) –, ma anche nell’esperienza tecnico-scientifica attuale, che per molti versi si richiama all’antico, di molte aree viticole di qualità dell’Italia settentrionale (Langhe e Monferrato, vallate alpine a partire dalla Val di Cembra, Friuli Venezia Giulia come l’area di Cormons, ecc.) e dell’Europa centro-occidentale (come la regione renana svizzera-tedesca-francese e quella danubiana della Bassa Austria e dell’Ungheria); aree che ancora oggi presentano vigneti sistemati con una varietà di orientamenti e con sistemazioni efficaci in termini di difesa del suolo: non più solo i terrazzamenti stretti e ripidi della viticoltura eroica, ma anche quelli più larghi, raccordati tra di loro e di dimensioni tali da consentire il lavoro meccanizzato.
Per i nuovi vigneti in Toscana o reimpianti viticoli (come per tutte le monocolture di rilevanti dimensioni), è doveroso invece chiarire che le affermazioni di alcuni agricoltori singoli o associati circa la presenza, nel piano, di norme cogenti di significato negativo, sono false e infondate, come può verificare chiunque consultando il sito della Regione Toscana, dove sono visibili i documenti del Piano. La lettura degli “Indirizzi per le politiche”, che è la parte regolamentare per i 20 ambiti in cui è stata suddivisa la Toscana, dimostra che in nessuna area – neppure in quelle della viticoltura di grande pregio, come il Chianti (ambito10) e le aree di Montalcino (ambito 17 Val d’Orcia e Val d’Asso) e di Montepulciano (ambito 15 Piana di Arezzo e Val di Chiana) – viene affermata l’assoluta impossibilità di realizzare impianti viticoli o di altre monocolture.
Il fronte agguerrito che da giorni manifesta la sua insofferenza e contrarietà per qualsiasi nuova regola di governo del territorio, responsabilmente dettata da criteri razionali di compatibilità con gli equilibri dell’ambiente e del paesaggio, in coerenza con le normative europee, italiane e toscane, pretenderebbe di eliminare non solo le prescrizioni, ma qualsiasi direttiva-indirizzo o suggerimento presente nel PIT, per avere mani libere di trasformare a piacimento il territorio rurale – vincolato o non vincolato che sia –. Una richiesta che contrasta radicalmente con le richieste di cittadini e di Associazioni che hanno a cuore la tutela e la valorizzazione sostenibile secondo il dettato dell’art.9 della Costituzione e di tante leggi vigenti, a partire dalla Convenzione Europea del Paesaggio. Le indicazioni del PIT guardano a uno sviluppo sostenibile proprio delle aree rurali e dell’agricoltura della Regione, da attuare con lungimirante convincimento e senso di riconoscenza anche e in primo luogo da parte degli agricoltori toscani. Basterebbe capire che la stretta integrazione fra qualità dei prodotti e qualità del paesaggio, produce lavoro e benessere nel territorio, a partire dalle stesse imprese agricole.
Basti pensare che in Europa le aree viticole di Lavaux in Svizzera e del Medio Reno tra Koblenz e Bingen in Germania, da una decina d’anni sono state riconosciute come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

Interventi rurali: associazioni divise

Clicca qui per leggere l’articolo di Metro del 18/06/2009 “Interventi rurali: associazioni divise”, in cui Maria Rita Signorini, a nome di Italia Nostra, esprime tutta la preoccupazione che deriva dal Pit (piano di indirizzo territoriale) approvato la scorsa settimana in Consiglio Regionale, secondo cui l’autorizzazione delle Soprintendenze per effettuare modifiche in capannoni e abitazioni di campagna d’ora in poi non sarà più necessaria.

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