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Piano paesaggistico della Toscana, l’intervento dell’Assessore Marson dopo l’approvazione

Fonte: Greenreport.it, 29/03/2015

Il discorso che ha sollevato le proteste di alcuni Consiglieri regionali maggioranza e minoranza

  1. Il voto di approvazione di un piano paesaggistico ancora definibile tale,intervenuto oggi [27 marzo] nel penultimo giorno utile della legislatura dopo un lunghissimo dibattito dentro e fuori le sedi istituzionali, è l’esito di un assai ampio coinvolgimento pubblico nel merito delle scelte che la Regione Toscana si apprestava a compiere, e di una straordinaria mobilitazione culturale e sociale in difesa del Piano paesaggistico.Le prove che questo piano ha dovuto affrontare, nella sua natura di strumento portatore diinnovazione culturale e normativa, non sono state facili.
    Anche se la portata storica dell’evento è chiaramente incommensurabile, mi permetto di richiamare le parole di Calamandrei sull’esito della scelta repubblicana dell’Italia (Il Ponte, luglio-agosto 1946), sul cui cammino “non sono mancati i diversivi che miravano a mandare in lungo la partita, i tranelli preordinati a far perdere la serenità al giocatore meno esperto, e qualche svista pericolosa e, purtroppo, qualche tentativo di barare…Proprio di queste vicende bisogna tener conto per comprendere quanta fermezza e quanta resistenza morale sono state necessarie …per conseguire questa vittoria e per apprezzarne il valore… [in questo caso si è] dovuto superare imboscate e tradimenti che l’osservatore superficiale nemmeno sospetta”.
    Nel caso del piano paesaggistico le “imboscate” non sono derivate da un conflitto fra ambiente e sviluppo, come molti hanno sostenuto, ma tra interessi collettivi e interessi privati.  Ciò è testimoniato dal fatto che chi si è mosso a difesa del piano, come le associazioni ambientali e culturali, e molti autorevoli studiosi, non rappresenta in questa vicenda interessi particolari o privati. Mentre tutti coloro che a vario titolo hanno sollevato richieste di modifiche del piano l’hanno fatto mossi da interessi privati finalizzati al profitto, mascherato da occupazione e sviluppo.
    E devo dare atto alle rappresentanze dei lavoratori –alla CGIL in particolare ma anche da alcuni rappresentanti della CISL-di avere individuato con grande chiarezza come ambiente e paesaggio costituiscano oggi, a fronte dei cambiamenti in corso e di quelli che si annunciano, due poste in gioco rilevanti per l’interesse collettivo, a partire dall’interesse dei lavoratori e di chi è in cerca di occupazione.
    Ritengo quindi utile ripercorrere, sia pur in grande sintesi, alcuni dei passaggi salienti del percorso di piano che portano ulteriori evidenze a questo riguardo.
  1. La procedura del piano e le imboscate subite. Il presidente della commissione consiliare nel citare gli emendamenti apportati in commissione ha più volte parlato di “grande lavoro rispetto cui non si può tornare indietro”. Che dovremmo allora dire relativamente al lavoro di costruzione del piano, alla lunga e continua contrattazione istituzionale e sociale (anche in un clima di linciaggio personale di cui sono stata ripetutamente oggetto) NOTA1, al lavoro di controdeduzione alle osservazioni presentate per arrivare a un testo equilibrato nel tenere in conto i diversi interessi legittimi? La formazione del piano e’ stato un atto quanto mai collettivo. Il piano cosiddetto “Marson” è infatti frutto:
    a) di un atto di indirizzo approvato dal consiglio regionale nel 2011;
    b) di una approfondita fase di elaborazione scientifica affidata al Centro Interuniversitario di Scienze del Territorio delle 5 principali università toscane anziché a una ditta privata o a una elaborazione interna dei soli uffici (che non avevano le forze per condurre un compito di questa portata, anche in seguito alla soppressione del settore paesaggio all’inizio della legislatura e alla sua lenta e faticosa ricostituzione nel corso dei successivi tre anni);
    c) di uno straordinario impegno dei funzionari del settore paesaggio, anche con molte ore di lavoro non retribuite, nel costruire la proposta di piano;
    d) di numerose assemblee pubbliche di approfondimento e discussione che hanno accompagnato le fasi di formazione del piano nei diversi ambiti del territorio toscano;
    e) di una lunga e ripetuta concertazione con attori pubblici (ANCI, Consiglio autonomie, comuni, sovrintendenze, Ministero) e del confronto con attori privati (ordini professionali, associazioni sindacali e imprenditoriali, ecc);
    f) di una validazione tecnica preliminare da parte del Mibact sul lavoro complessivo (dicembre 2013);
    g) di due successive proposte di piano approvate dalla giunta (gennaio e maggio 2014);
    h) di un esame in sede di più commissioni consiliari (ne ricordo almeno cinque) che ha portato all’adozione, con emendamenti , il 2 luglio 2014;
    i) del lavoro di controdeduzioni che ha portato al voto unanime della Giunta il 4 dicembre 2014

Sfido tutti coloro che hanno dichiarato in aula, rivolti alla giunta, che “s’è perso tempo”, a trovare un esempio di piano paesaggistico regionale copianificato con il Mibact che abbia concluso questo percorso in un tempo più rapido.
E ciò nonostante –per non citare che i due esempi più significativi -una ricerca di regole condivise con i sindaci delle Apuane interessati dalle attività di escavazione durata più mesi, e un tavolo con i rappresentanti di categoria delle associazioni agricole protrattosi con incontri quasi quotidiani per settimane.
Se nel caso delle associazioni agricole ciò ha portato, pur con perdite significative dei contenuti del piano (quali la sparizione di gran parte dei riferimenti alla “maglia agraria”, di ogni citazione della parola “vigneti”, e di tutti i riferimenti al “mantenimento delle attività agrosilvopastorali montane per arginare i processi di abbandono”), a una sostanziale condivisione del testo,nel caso delle Apuane sia la modifica della prima proposta di giunta che gli emendamenti introdotti dal consiglio in fase di adozione non hanno sancito la fine delle ostilità né delle interferenze anche pesanti rispetto ai contenuti del piano e alla procedura istituzionalmente definita per la sua approvazione.
Abbiamo così assistito, in commissione consiliare, al voto di emendamenti non coerenti con i contenuti propri di un piano paesaggistico, a diverse e articolate trattative politiche non con le rappresentanze istituzionali delle imprese ma con alcune imprese, alla partecipazione di consulenti delle imprese del marmo alla scrittura degli emendamenti nelle stanze del Consiglio regionale, alla sparizione dal Piano di tutti i riferimenti alle criticità di luoghi specifici che disturbavano qualcuno che aveva modo di far sentire la propria voce, e così via. Tutte le tipologie degli emendamenti proposti in commissione sono state ispirate a un unico principio: depotenziare l’efficacia del piano.
A titolo esemplificativo:

  • nelle Apuane sono state cancellate tutte le criticità relative a specifiche aree interessate dalle escavazioni;
  • molte criticità paesaggistiche evidenti sono state trasformate in forma dubitativa;
  • un emendamento si proponeva addirittura di specificare che le criticità costituivano valutazioni scientifiche delle quali i piani urbanistici “non dovevano tenere conto”;
  • nelle spiagge si intendevano ammettere adeguamenti, ampliamenti, addizioni e cambi di destinazione d’uso;
  • la dispersione insediativa, anziché da evitare, era al massimo da limitare o armonizzare;
  • la salvaguardia dei varchi inedificati nelle conurbazioni andava cancellata, o anch’essa “armonizzata”;
  • le relazioni degli insediamenti con i loro intorni agricoli sono state soppresse;
  • l’alpinismo in Garfagnana andava soppresso;
  • gli ulteriori processi di urbanizzazione diffusa lungo i crinali non erano da evitare bensì da armonizzare;
  • e così via.

Ciò ha prodotto, come esito del lavoro della commissione consiliare, la riscrittura di molti contenuti sostanziali del piano, rovesciandone in più parti gli obiettivi, depotenziando la valenza anche normativa del piano adottato, e contraddicendo sia il Codice dei beni culturali e del paesaggio che la nuova legge regionale in materia di governo del territorio in vigore dal novembre 2014.
Soltanto la verifica in extremis con il Mibact, con il quale il piano va necessariamente copianificato anche per dare attuazione alle semplificazioni che da esso discendono, dovuta anche alla luce del verdetto ricevuto a suo tempo sull’integrazione paesaggistica del PIT adottata dalla Regione Toscana nel 2009, ha portato con un grande sforzo da parte di tutti i soggetti coinvolti, e del Presidente Rossi in prima persona, a recuperare almeno in parte alcuni dei contenuti essenziali che permettono di qualificare questo piano come “piano paesaggistico”.
Non posso che concordare con chi ha definito questa retromarcia imbarazzante. Lo è senza dubbio per l’immagine arretrata, riflessa da alcuni rappresentanti eletti, della società toscana (smentita invece dalla moltitudine di cittadine e cittadini che si sono espressi in difesa del piano). Lo è per chi, come me, ha creduto nel federalismo, non quello della riforma del Titolo V della Costituzione operata all’inizio del nuovo millennio oggi peraltro ripudiata dagli stessi autori, ma quello auspicato da Carlo Cattaneo e da Silvio Trentin.
In questo caso devo tuttavia riconoscere che l’intervento del Ministero ha contribuito a salvare parti significative del piano. grazie in particolare all’impegno della sottosegretario Borletti Buitoni, oltre a quello del ministro Franceschini intervenuto anch’esso in prima persona.
Al di là di tutto ciò, e alla fine di questo tormentato percorso, credo di dover evidenziare come il conflitto attivatosi intorno al piano -non fra ambiente e sviluppo, ma tra interessi collettivi e interessi privati -sottenda in realtà due diverse accezioni di sviluppo.
Due concezioni dello sviluppo contrapposte. Chi è passatista?
Gran parte delle modifiche proposte e in parte apportate al piano attraverso gli emendamenti, sono ispirate da una lettura del Piano inteso come insieme di vincoli/freno allo sviluppo e alla libertà d’impresa: meno vincoli più sviluppo, più vincoli meno sviluppo.
Lo sviluppo è dunque inteso come tutela delle libertà d’uso e sfruttamento del territorio da parte delle imprese economiche, soprattutto da parte delle grandi imprese (multinazionali del vino e del marmo, del turismo, ecc), oltre alla tutela del continuare a fare ognuno “come ci pare”. I soggetti presi a riferimento non sono certo i viticoltori artigiani di qualità, piuttosto che le botteghe di trasformazione artistica del marmo, per non citare che due esempi fra i molti possibili, in una “compressione della rappresentanza” rispetto alla complessità crescente del mondo produttivo.
La rappresentanza dei grandi interessi finanziari, travestiti da interessi per lo sviluppo, è l’unica ad essere di fatto garantita.
Ma questo modello di sviluppo non è forse alla base della crisi economica che stiamo vivendo? Il tentativo di affossamento del valore normativo del Piano paesaggistico è peraltro coerente con l’ideologia che esalta i processi di privatizzazione e centralizzazione dei processi economici e politici, in molti casi peraltro sostenuti da finanziamenti pubblici, come unica via d’uscita dalla crisi. In questa monodirezionalità degli emendamenti votati in commissione è stato peraltro negato lo spirito stesso del Codice. Laddove il Codice richiede che il Piano si interessi di tutto il territorio regionale, si chiede infatti, di conseguenza, un cambio dalla centralità dai vincoli (prescrizioni che riguardano i soli beni paesaggistici formalmente riconosciuti) alle regole di buon governo per tutto il territorio, compresi quindi i paesaggi degradati, le periferie, le infrastrutture, le aree industriali, gli interventi idrogeologici, gli impianti agroindustriali, ecc); dunque regole per indirizzare verso esiti di maggiore qualità le trasformazioni quotidiane del territorio, e non solo preservare i suoi nodi di eccellenza.
La stessa cura a migliorare la qualità paesaggistica di tutto il territorio regionale è richiesta come noto dalla Convenzione europea del paesaggio, che parla di attenzione ai mondi di vita delle popolazioni); I piani paesaggistici di nuova generazione fanno dunque riferimento a un diverso e innovativo modello di sviluppo che vede la centralità della valorizzazione del patrimonio territoriale e paesaggistico nella costruzione di ricchezza durevole per le comunità.
Non certo per rinunciare al manifatturiero, e nemmeno all’escavazione del marmo, ma per far convivere queste attività con altre possibilità imprenditoriali, a partire da un patrimonio territoriale che ne renda possibile e realisticamente fattibile lo sviluppo.
Come ha scritto recentemente un ex sindaco, Rossano Pazzagli, a proposito delle prospettive dell’attività turistica, “fare turismo…è perseguire un turismo non massificato, di tipo esperienziale…Chi vuole riaprire le coste alla cementificazione…finirà per danneggiare lo stesso turismo balneare, che va in cerca di paesaggio, di spiagge, di pinete e di sole, non di qualche pezzo di periferia urbana in riva al mare.” Non solo le Apuane, uniche al mondo, ma lo stesso marmo apuano, meriterebbe di essere a tutti gli effetti considerato come una risorsa preziosa, e valorizzato di conseguenza restituendo alle comunità locali gran parte del valore aggiunto che va invece ad arricchire singoli individui, distruggendo per sempre le montagne.
Sono soltanto alcuni esempi, che tuttavia testimoniano come il piano ponga le basi per rendere possibile un diverso sviluppo, basato non sulla distruzione del patrimonio regionale ma sulla sua messa in valore sostenibile per la collettività e il suo futuro.
Il Presidente Rossi ha dichiarato che sarei “un grande tecnico… che quando esprime giudizi politici compie scivoloni pericolosi”. Da questo punto di vista io rivendico invece il mio agire “diversamente politico”, in quanto non guidato dal desiderio di mantenere un incarico di assessore, né dall’obbligo di restituire favori e accontentare interessi specifici.
In questi anni ho cercato di garantire nel modo più degno possibile, nel ruolo che ho avuto l’onore e l’onere di ricoprire, la straordinaria civiltà tuttora profondamente impressa nel paesaggio toscano, pur nella complessità delle sfide sociali, economiche e politiche che hanno interessato nel passato e  interessano ancor più oggi questa regione.
In conclusione è con un sentimento contradditorio che accolgo questo voto del Consiglio:

  • da una parte la soddisfazione per il fatto che il proposito di rendere inefficace un progetto assai avanzato per la a Toscana futura abbia dovuto in parte rientrare grazie alla forte mobilitazione culturale e sociale in difesa del piano, e per il ravvedimento finale del principale partito di maggioranza;
  • dall’altra il rammarico per il fatto che il percorso di questo piano sia stato costellato da cedimenti, contraddizioni, indebolimenti che hanno ovviamente lasciato il segno nel corpo del piano stesso.

Non mi sento pertanto di fare alcuna celebrazione clamorosa, né retorica, di questo esito. Raggiungere questo risultato è stato difficile e aspro, né sono state risolte tutte le contraddizioni.
Spero tuttavia che l’alto livello di mobilitazione attivatosi a livello regionale e nazionale intorno a questo piano e all’allarme sul rischio del suo annullamento, serva a mantenere alta l’attenzione intorno all’interpretazione che quotidianamente, nei giorni e negli anni a venire, sarà data del piano stesso e dei suoi contenuti. E a favorire la realizzazione di un Osservatorio regionale del paesaggio, già previsto dalla LR65/2014 e da attivare nei prossimi mesi, che sappia garantire una forte partecipazione sociale, facendo entrare il paesaggio a pieno titolo fra gli obiettivi dello sviluppo regionale volti ad aumentare il benessere delle popolazioni presenti sul territorio.
Anna Marson, Assessore Urbanistica, pianificazione del territorio e paesaggio

 

NOTA 1
Pol Pot in Toscana, l’accusa di voler espiantare i vigneti per rimettere le pecore (messa anche in bocca a sindaci con i quali ho collaborato fattivamente per gran parte della legislatura), i soldi al marito (che ha lavorato gratuitamente con gli altri professori universitari che hanno collaborato al piano), gli insulti per essere straniera in Toscana, essendo nata a Treviso, gli ambientalisti in cachemire citati ancora ieri in Consiglio regionale, i professori che vivono nell’agio mentre i Consiglieri i regionali soffrono nelle montagne (dimenticando che in Italia i professori universitari sono retribuiti quanto un bidello svizzero ma in questo piano hanno per scelta lavorato gratuitamente, mentre gli assegnisti sono stati retribuiti mille euro al mese) e così via.

Nodo e Stazione AV di Firenze: inchiesta della Regione Toscana

Fonte: Nove da Firenze, 26/03/2015
Di: Antonio Lenoci

TAV – Inchiesta Regione Toscana
La politica era a conoscenza degli aspetti tecnici? Cosa sapeva la Regione Toscana di quanto sarebbe poi emerso?


Sulla Tav viene avviato un procedimento d’indagine da parte della magistratura, ma anche la Regione Toscana si occupa dell’Alta Velocità fiorentina attraverso una Commissione di inchiesta istituita a seguito del trasferimento di un funzionario e del ritiro di alcune deleghe all’assessore competente per l’Ambiente.
I fatti. Nel giugno 2012 Enrico Rossi ritira la delega sulla Via all’assessore all’ambiente Annarita Bramerini, e negli stessi giorni, secondo Rossi con autonoma determinazione, il direttore generale Antonio Davide Barretta sostituisce, dopo 18 anni, il dirigente del settore Via della Regione, l’architetto Fabio Zita.
I membri della Commissione devono chiarire dunque “se l’architetto sia stato rimosso dal suo incarico di coordinatore regionale del settore Via in quanto responsabile del rallentamento del procedimento di Via che una volta concluso positivamente avrebbe permesso di stoccare nell’ex cava di Santa Barbara a Cavriglia e Figline materiali prodotti dallo scavo fiorentino”.
Dopo 6 mesi di lavoro, la Commissione composta da 9 membri partorisce 4 relazioni finali che lasciano l’amaro in bocca nell’opinione pubblica che si attendeva una conclusione più netta e risoluta.
Il vicepresidente Eugenio Giani è cofirmatario di una relazione che conferma il buon operato di Enrico Rossi “Si è comportato con correttezza e vi è giustificazione al suo operato”. Oggi il rappresentante del PD si schiera apertamente per il completamento dell’opera che “Libera il laccio ferroviario di superficie per scopi urbani ed è una cura su ferro assieme alla Tramvia”.
“Il lavoro della Magistratura è stato un lavoro ottimo e serio – sottolinea Giani – ed ha messo in evidenza come fosse necessario un fortissimo ricambio di persone“. Si va avanti dunque? “Dobbiamo essere molto attenti: se anche ci vuole tempo in più, prima di tutto pensiamo alla tutela dei cittadini. In Europa viaggiamo sotto terra, le linee metropolitane si trovano su livelli di terreni differenti. A Firenze la roccia si trova tra i 18 ed i 21 metri sotto il terreno alluvionale, ritengo che andando con la talpa tra i 18 ed i 21 metri non vi siano pericoli. Certo non devono esserci ditte che per risparmiare usano materiali di seconda mano o usano al telefono i toni che abbiamo sentito sulla vicenda Tav di Firenze”.
Il segretario Mauro Romanelli del Gruppo Misto resta scettico: “Sin dal 2010, imbeccato dai Comitati e dai cittadini ho sollevato varie questioni, e credo di aver toccato punti che hanno anticipato l’inchiesta quale portatore della voce dei cittadini che non sono mai stati presi in considerazione. Il sistema deve essere rivisto non è possibile premere l’acceleratore su simili questioni: le Grandi Opere non possono essere utili, ma gestite male. Io credo non sia credibile non poter mettere in discussione l’utilità delle opere, esiste anche il merito strategico ed è evidente che certe opere sono progettate per far scorrere fiumi di soldi in una certa direzione e vengono messe come priorità su altre opere piccole ed utili”.
Nella seduta pubblica di Martedì 2 Dicembre 2014 la Presidente Marina Staccioli dichiara all’Aula: “Dopo la rimozione di Zita, unica partecipante al bando per ricoprire il ruolo di responsabile del procedimento di Via subentra la dottoressa Garvin, laureata in scienze politiche, la Commissione ha appreso non avere esperienza in merito e dopo pochi mesi chiede anche lei il trasferimento ad altro settore. Rimane l’impressione che il bando a cui lei sola partecipò fosse, forse, stato predisposto appositamente per trasferirla in quel settore e quindi che forse non fosse stata lei a fare richiesta ma che forse fosse stata spostata volutamente. Tra le pratiche che la Garvin conclude durante la sua permanenza al settore vi è anche il procedimento di Via relativo alle terre di scavo dell’alta velocità. Il procedimento si è potuto concludere velocemente grazie al cambiamento intervenuto nella normativa con il decreto ministeriale 161 del 10 agosto 2012 che di fatto ha trasformato le terre di scavo fino allora classificate come rifiuti in sotto prodotti e quindi adatte all’impiego per le colline di Cavriglia. Il materiale considerato rifiuto infatti ha un iter molto più complesso, oneroso economicamente rispetto al materiale considerato sottoprodotto in quanto necessita di un trattamento speciale del rifiuto prima di poter essere riutilizzato. Il decreto ministeriale è stato poi sospeso in attesa che una Commissione speciale stabilisca le concentrazioni di soglia richieste da Arpat“.
Staccioli ricorda oggi che: “Il governatore Rossi non ha partecipato alla nostra Commissione mandando un e-mail dicendo che quello che lui aveva da dire era stato comunicato con la comunicazione 33, e di coloro che hanno partecipato alle audizioni solo due persone hanno rilasciato la liberatoria, l’assessore Bramerini e l’architetto Zita”.
Quanto agli accadimenti di quel periodo Staccioli ricorda: “L’indagine dell’autorità giudiziaria sul nodo fiorentino dell’alta velocità con il conseguente rinvio a giudizio prese il via nel 2010 anche a seguito di alcune irregolarità accertate da Arpat nella gestione delle terre di scavo propedeutiche alla realizzazione dei diaframmi e dell’imbocco del sottoattraversamento a Campo di Marte. Tali terre venivano utilizzate in parte come ripristino in aree agricole ma il materiale però risultò completamente inidoneo e in parte come riempimento nell’interporto di Guasticce. Queste terre che non erano idonee sono andate in parte verso Barberino del Mugello in zone agricole ed in parte anche nella provincia di Lucca a Altopascio. Le indagini poi si allargarono e furono interrotti i lavori presso Campo di Marte. Conseguentemente, all’avvio dell’indagine in Consiglio Regionale furono svolte una serie di interrogazioni in merito alla caratterizzazione e destinazione delle terre di scavo”.
Staccioli a fine legislatura ha ancora tante domande che sono rimaste senza una risposta: “La Commissione si domanda come sia possibile che Zita abbia potuto ricoprire così a lungo, per circa 18 anni, tale ruolo di responsabile del settore Via. E se il modus operandi di Zita era così in contrasto con le procedure regionali come è possibile che si sia deciso poi di assegnargli un altro incarico di altrettanta importanza e delicatezza come responsabile del settore che proprio in quel periodo è chiamato a occuparsi del Piano paesaggistico?
“Dalle audizioni – sottolinea Staccioli – al contrario di ciò che afferma il governatore Rossi, emerge un ritratto dell’architetto Zita come funzionario scrupoloso che durante il suo mandato ha portato a compimento più di 900 pratiche. La Commissione ha avuto modo di apprendere che la Regione Toscana è tenuta in grande considerazione per le sue Via a livello nazionale e questi meriti li ha acquisiti durante l’operato di Zita. Dopo le audizioni al termine dei lavori le motivazioni addotte dal Presidente Rossi nella comunicazione 33 sul trasferimento di Zita non risultano suffragate dalle dichiarazioni dei vari personaggi direttamente interessati o comunque coinvolti a vario titolo nella vicenda”.
Nelle conclusioni all’Aula Staccioli dichiara: “Alla fine forse ci sarà da capire chi trae maggior vantaggio dalla propria versione dei fatti o se ha qualcosa da nascondere. Non possiamo dire di essere in grado di dare un giudizio definitivo in un senso o nell’altro. Resta l’impressione però a tutt’oggi che vi sia ancora molto di non approfondito e che si sia voluto fare apparire alcune decisioni ed alcuni comportamenti sotto una particolare luce. Proprio il fatto forse che ancora ci restano forti dubbi può essere considerata una vera conclusione e una via da seguire. Difficile anche fare emergere tali risultati quando, nonostante le dichiarazioni rese da vari soggetti durante l’audizione e nonostante i fatti appurati dalle forze dell’ordine e dal Gip, appresi dalla Commissione in quanto resi pubblici dagli organi di stampa,l’unico documento che la Commissione oggi in questa aula ha la libertà e la facoltà di produrre senza incorrere in conseguenze giuridiche è l’ormai famosa comunicazione 33 recante la sola versione del governatore Rossi“.

Toscana: Piano Paesaggistico, la Commissione Ambiente piange

Fonte: Corriere Etrusco

Aggiornamento: Val di Cornia (LI) – Riportiamo una serie di interventi sulle varianti al PIANO PAESAGGISTICO della regione Tosca

Paesaggio, Segoni (AL): martedì occasione per salvare l’anima della nostra regione
Samuele Segoni aderische all’appello lanciato da intellettuali

“La ‪Toscana‬ si vanta spesso di essere all’avanguardia in campo ambientale. La sua immagine, la sua identità e la sua ricchezza economica devono molto alla bellezza del suo paesaggio. Ma tutto questo é reale e meritato oppure è solo abile marketing? Martedì 17 marzo in Regione Toscana si vota il Piano Paesaggistico – un piano partito bene (a luglio) ma stravolto da emendamenti che lo hanno snaturato – e domani è l’ultima occasione per una svolta! Salvaguarderanno l’anima della nostra Regione o si accontenteranno di farla sopravvivere nelle immagini di cartolina?”.
Lo scrive Samuele Segoni, deputato toscano di Alternativa Libera su facebook, dichiarando di aderire all’appello “Non lasciamo uccidere il paesaggio toscano” lanciato da alcune decine di intellettuali affinché non vengano indeboliti dal Consiglio regionale della Toscana alcuni strumenti di tutela.

Comitato Per Campiglia: la Commissione Ambiente non vuole buttare i mesi di lavoro
Riceviamo e pubblichamo integralmente.

«Si apprende dalla stampa che il Presidente Venturi della Commissione Ambiente della Regione non accetta di buttare a mare “mesi” di lavoro della Commissione dedicati alla demolizione del Piano Paesaggistico promosso dal Governatore Rossi e le cui linee programmatiche sono state approvate dalla Giunta ed erano ben note quindi da molto tempo anche ai membri della commissione stessa.
Il gruppo di lavoro formato da decine di urbanisti, architetti, archeologi, storici dell’arte, specialisti in materie naturalistiche e geologiche, giuristi, docenti, ricercatori, studenti ecc., ha impiegato quattro anni per mettere a punto un piano portato ad esempio in tutta Italia per validità scientifica e capacità operativa e caratterizzato da una informazione ai cittadini continua e capillare dei vari livelli di approfondimento che si succedevano nel tempo.
La maggioranza dei nove membri della Commissione Ambiente ha lavorato alcuni mesi per scoprire che il piano avrebbe potuto ridurre la totale libertà di manovra che troppi sindaci, in tanti anni, hanno dato alle lobbies delle cave, del vino e degli immobiliaristi.
Di conseguenza in nome dello sviluppo e della tutela del lavoro hanno proposto a gran voce emendamenti che di fatto vanificano il Piano. Cosa che per altro non deve meravigliare visto che alcune riunioni di “politici” sono sempre più valide di anni di lavoro di poveri intellettuali e tecnici .
Poiché la scelta politica era già stata fatta dalla Giunta e non solo, verrebbe il dubbio che chi in commissione ha portato emendamenti sostanziali al Piano sia di indirizzo politico diverso da quello della Giunta Regionale.
Poiché non è così ci chiediamo cosa sta succedendo: fenomeni di sdoppiamento della personalità? lotte di potere tra fazioni politiche? corse affannose per strappare consensi in vista delle elezioni? ingerenze di poteri esterni? Mistero!!!
Visto che la difesa del lavoro certamente era già nelle priorità della Giunta, portare ora il problema alla ribalta come giustificazione degli emendamenti sembra molto strano. Nella realtà poi si sa da anni a tutti i livelli che la tutela e creazione del lavoro non la si fà nel modo ventilato dalla Commissione, ma mettendo a punto strategie gestionali meno rozze della irreversibile speculazione pura e semplice che continuano a proporre.
Di fronte a tante domande vorremmo avere qualche risposta seria del perché solo ora e così massicciamente il PD spara contro un piano proposto dal PD.
Avendo seri dubbi che tutto ciò abbia a che fare con l’ambiente, il paesaggio e il territorio, aspettiamo democraticamente fiduciosi chiarimenti e risposte, pregando di evitare il solito politichese pieno di luoghi comuni, vento e specchietti per le allodole».
Alberto Primi, Comitato per Campiglia

Mosci: sul PIT stravolta la filosofia del progetto
Piombino (LI) – Riceviamo e pubblichiamo integralmente dal consigliere comunela Marco Mosci.

«Cinque anni fa in regione il centro-sinistra fece un patto con il proprio territorio: rispettarlo per poterlo restituire ai propri figli. Quel patto aveva portato a nominare assessore all’urbanistica un grandissimo esperto di levello nazionale, l’architetetto Anna Marson.
Già dai primi giorni di legislatura era chiaro l’obiettivo del gruppo: Interrompere il consumo di suolo e utilizzare al massimo l’esistente. Mi sentivo fiero di essere un rappresentante locale di un’idea così bella e forse innovativa. Poi vennero gli autunni nefasti, le alluvioni a Grosseto, all’elba, a Genova e anche nella nostra Piombino e, anche se un po’ in ritardo sulla dea terra, eravamo all’avanguardia nel rispetto del territorio. Adottammo insieme un PIT dove in pratica si impediva nuove cementificazioni o comunque dove si richiedeva la supervisione della regione che doveva certificarne l’utilità e la necessità.
Non è passato molto tempo, lo scorso mese un vento straordinario ma ormai ordinario ha sconvolto la versilia e cosa fa la regione? Forse ormai prossima alla primavera e alla bella stagione si dimentica di tutto ciò e torna a valutare di permettere un ulteriore l’utilizzo delle cave, ulteriori ampliamenti degli stabilimenti balneari mentre le spiaggie pubbliche sono ormai al collasso, ulteriori costruzioni mentre le città sono piene di cartelli “vendesi”. Soprattutto si dimentica che anche il prossimo autunno sarà, ahimè, un autunno straordinariamente nefasto per il meteo».

Tutti i nodi della Tirrenica e Tav vengono al pettine e si chiude il cerchio del malaffare

Comunicato stampa, Firenze 17/03/2015

Italia Nostra
Comitato No Tunnel Tav Firenze
 

In relazione alle notizie degli arresti di ieri e dell’inchiesta sul sottoattraversamento fiorentino di Tav, emerge che è stato indagato per concussione anche l’avv. Bargone (già sottosegretario ai Lavori Pubblici dei governi Prodi e D’Alema) e ora Presidente della Sat (autostrade tirrenica). Ricordiamo che dalle intercettazioni telefoniche pubblicate da Il Tirreno nel 2013,  era emerso che “l’avv. Bargone scrisse a Rossi di essere stato informato da Ercole Incalza, super dirigente del Ministero dei Lavori Pubblici, (arrestato ieri) dell’attività dell’arch.Fabio Zita in merito alla Tirrenica”. Proprio a Fabio Zita Italia Nostra aveva conferito il Premio Zanotti Bianco 2013, per i particolari meriti svolti da Dirigente a capo per 16 anni del Settore Via della Toscana, in difesa del Paesaggio. E ora corre l’obbligo di dire che, proprio per il suo lavoro scrupoloso e per la sua schiena dritta, sempre dalle stesse intercettazioni emergeva che ‘la sua attività avrebbe potuto frenare la realizzazione dell’opera’ (autostrada Tirrenica). Questo si aggiunge a quanto fatto, sempre dallo stesso Dirigente integerrimo per lo stoccaggio delle terre di scavo dell’alta velocità:  una questione mai risolta, che fortunatamente ha bloccato la Tav fiorentina finora. Dunque per questi motivi e per queste ‘pressioni’ l’arch. Zita risultava assai scomodo e costituiva un ostacolo da rimuovere al più presto, per portare avanti le grandi opere pubbliche in Toscana, voragini di tangenti e di malaffare. Così è stato rimosso dal Governatore Rossi nel 2012 da funzionario a capo della Via e ‘spostato’ a Dirigente del Piano Paesaggistico della Toscana …quel Piano che, proprio in questi stessi giorni, è al centro della bufera politica all’interno del partito che guida la Regione Toscana.
E il Consiglio regionale che aveva istituito lo scorso anno  una “commissione di inchiesta speciale ” per far luce sull’ AV, il caso Zita e il procedimento aperto dalla Magistratura fiorentina, ha concluso dopo sette mesi i propri lavori con una RIUNIONE A PORTE CHIUSE, di cui non è dato sapere l’esito!
Mariarita Signorini Italia Nostra Firenze
Tiziano Cardosi NO TUNNEL TAV

Fonte: StampToscana, 18/03/2015
Di: Stefania Valbonesi

Italia nostra e No Tunnel Tav Firenze: “Tutti i nodi di Tirrenica e Tav vengono al pettine”

L’Associazione ambientalista Italia Nostra e il Comitato fiorentino Nu Tunnel Tav intervengono sulla questione degli “arresti eccellenti” di ieri e dell’inchiesta sul sottoattraversamento fiorentino di Tav. “ Emerge che è stato indagato per concussione anche l’avv. Bargone (già sottosegretario ai Lavori Pubblici dei governi Prodi e D’Alema) e ora Presidente della Sat (autostrade tirrenica) – si legge nella nota – Ricordiamo che dalle intercettazioni telefoniche pubblicate da Il Tirreno nel 2013,  era emerso che “l’avv. Bargone scrisse a Rossi di essere stato informato da Ercole Incalza, super dirigente del Ministero dei Lavori Pubblici, ( arrestato ieri ) dell’attività dell’arch.Fabio Zita in merito alla Tirrenica”. Proprio a Fabio Zita Italia Nostra aveva conferito il Premio Zanotti Bianco 2013, per i particolari meriti svolti da Dirigente a capo per 16 anni del Settore Via della Toscana, in difesa del Paesaggio”.
La questione concernente l’architetto Zita, dirigente regionale, fu sollevata proprio, fra gli altri, da Italia Nostra, che ora afferma: “Corre l’obbligo di dire che, proprio per il suo lavoro scrupoloso e per la sua schiena dritta, sempre dalle stesse intercettazioni emergeva che ‘la sua attività avrebbe potuto frenare la realizzazione dell’opera’ (autostrada Tirrenica). Questo si aggiunge a quanto fatto, sempre dallo stesso Dirigente integerrimo per lo stoccaggio delle terre di scavo dell’alta velocità: una questione mai risolta, che ha bloccato la Tav fiorentina finora. Dunque per questi motivi e per queste ‘pressioni’ l’arch. Zita risultava assai scomodo e costituiva un ostacolo da rimuovere al più presto, per portare avanti le grandi opere pubbliche in Toscana, voragini di tangenti e di malaffare”. E’ a questo che Italia Nostra e il comitato No Tav hanno da sempre attribuito la rimozione dell’architetto, nel 2012, da funzionario a capo della Via a Dirigente del Piano Paesaggistico della Toscana. Spostamento che dall’amministrazione regionale è sempre imputata al normale avvicendamento della macchina amministrativa. “Quel Piano che, proprio in questi stessi giorni, è al centro della bufera politica all’interno del partito che guida la Regione Toscana”, sottolinea la nota.
Inoltre, Italia Nostra e il Comitato No Tunnel Tav, ricordano che “Il Consiglio regionale che aveva istituito lo scorso anno  una “commissione di inchiesta speciale ” per far luce sull’ AV, il caso Zita e il procedimento aperto dalla Magistratura fiorentina, ha concluso dopo sette mesi i propri lavori con una riunione a porte chiuse, di cui non è dato sapere l’esito”.

Fonte: Gonews riporta il comunicato stampa congiunto

 

Rimandato il presidio previsto sotto la Regione e rassegna stampa sul Piano Paesaggistico della Toscana‏

RIMANDATA NUOVAMENTE LA DISCUSSIONE SUL PIANO PAESAGGISTCO DELLA TOSCANA IN CONSIGLIO REGIONALE, PERTANTO SI ANNULLA ANCHE IL PRESIDIO PREVISTO PER DOMANI.
Ci scusiamo ma evidentemente non siamo noi quelli in difficoltà. Si apprende ora che il punto all’ordine del giorno del Consiglio regionale, riguardante il Piano Paesaggistico, è stato rimandato alla settimana prossima. Evidentemente il nodo da sciogliere è assai complesso e le vicende fiorentine dell’inchiesta TAV complicano ulteriormente il quadro.

E’ stato rinviato a domani mattina alle ore 10  il presidio annunciato per oggi pomeriggio sotto il Consiglio della Regione Toscana in via Cavour. 

Infatti oggi si affronterà tardi il punto che è all’ordine del giorno e probabilmente del Piano Paesaggistico della Toscana si discuterà ancora domani  (addirittura la sua approvazione potrebbe anche slittare alla prossima settimana), per dare tempo al Ministro Franceschini di esaminarlo personalmente.
Abbiamo fatto tutto il possibile per sensibilizzare il mondo politico e l’opinione pubblica, mai come in questa ultima settimana siamo stati presenti su tutti i media, dunque ora incrociamo le dita.

Pubblichiamo parte della rassegna stampa sul Piano Paesaggistico della Toscana con l’intervista al Presidente Parini (La Repubblica Firenze), la pubblicazione delle dichiarazioni e delle richieste di Italia Nostra (Il Corriere Fiorentino) e l’articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera in cui sposa la causa e cita il ruolo svolto da Italia Nostra.

Fonte: La Repubblica, 17/03/2015

“Quel testo va difeso e non stravolto pronti a opporci”

«Italia Nostra è stata tra le prime associazioni a muoversi a difesa del Piano del paesaggio ed è uno dei motori del l’appello inviato al consiglio regionale da un gruppo di intellettuali tra cui Vezio de Lucia, Settis, Montanari, Asor Rosa». Chi parla è il presidente nazionale dell’associazione Marco Parini.
Oggi Rossi vedrà Franceschini, a lui spetta l’ultima parola.
«Spero bene che Rossi non contraddica se stesso. La giunta toscana ha licenziato un Piano proposto in giunta e che poi è stato oggetto di una serie di modifiche ed emendamenti che lo hanno stravolto. Questo noi lo denunciamo da mesi pubblicamente. Quel Piano deriva dal Codice dei beni culturali che prevede una co-pianificazione tra Regione e governo».
Cosa si aspetta da Franceschini?
«Mi aspetto che il governo difenda i contenuti del Piano e si opponga allo stravolgimento del Codice che ha contribuito a formare. Se questo dovesse accadere noi chiediamo che il ministero impugni il Piano e che il ministro e lo stesso premier Renzi difendano quell’azione di concertazione che la legge prevede.Quindi Franceschini non può che difendere il Piano, ha di fronte una strada obbligata».
E se invece le cose andassero diversamente?
«Si creerebbe un pericoloso precedente. Che cosa accadrà quando arriveranno il Piano del Veneto o della Calabria o di altre regioni? Si ripeterà la stessa storia all’infinito? Bisognerebbe impugnare il provvedimento».
Pensa anche lei come Tomaso Montanari che da parte del governo arrivi un input forte a far ripartire cantieri, lavori pubblici, nuove costruzioni? Che la filosofia pro sviluppo stia prendendo il sopravvento sulla tutela ambientale?
«Come presidente di Italia Nostra mi limito a stare nell’argomento, le considerazioni politiche più generali non sono di mia competenza. Sono abituato a ragionare sui fatti. Sul precedente decreto “sblocca Italia” noi abbiamo formulato una serie di considerazioni ma quando si tratta di svolgere lavori pubblici e iniziative nazionali bisogna fare ciò che è urgente e non ciò che è dannoso. Come la Tirrenica o altre opere su cui abbiamo fatto addfrittura ricorso al Tar. Va benissimo far lavorare le imprese ma non a danno dell’ambiente. Facciamole lavorare per la sicurezza del territorio, in questo modo ripartirebbero centinaia di imprese e di cantieri e il nostro appello è stato accolto con favore dall’Associazione nazionale costruttori. Riaprirebbero tanti cantieri diffusi sul territorio al posto di un solo megacantiere nazionale».

Fonte: Il Corriere Fiorentino, 17/03/2015
Di: Mauro Bonciani

Paesaggio, Rossi fa indietreggiare il Pd
I contatti con Franceschini, il rischio dello stop romano su cave e spiagge, lariscrittura con Marson Oggi col nuovo testo il governatore va Roma per incassare l’ok del ministro, poi il voto in Consiglio
Oggi Rossi sarà a Roma, con il piano del paesaggio riscritto dopo una lunga maratona al fianco dell’assessore Marson e dei consigli Pd e di maggioranza. E nella capitale, cercherà l’ok del ministro dei beni culturali, Dario Franceschini prima del dibattito in Consiglio regionale che inizierà nel pomeriggio. Intanto il segretario Pd assicura: «Il piano sarà approvato».

Questa volta Enrico Rossi non ha delegato a nessuno. Non si è «fidato» del lavoro dei consiglieri del Pd e per tutta la giornata, dalle io fino alle ore di cena, ha prima riunito la maggioranza, poi si è chiuso in una stanza assieme all’as-sessore Anna Marson e ad alcuni consiglieri dem e degli alleati ed ha riscritto, anche di suo pugno in alcuni casi, tutti i punti controversi del piano del paesaggio, il lungo lavoro di ripulitura alla luce non solo delle leggi regionali ma anche delle norme nazionali sul paesaggio, è stato condotto dal presidente della Regione (nel pomeriggio affiancato dal capo di segreteria, Ledo Gori, mentre Marson aveva alcuni dirigen-ti del suo assessorato) con l’obiettivo di dare coerenza al Pit, togliendo gli emendamenti pro cave e pro cemento sul mare, e di ottenere sta-mattina a Roma 11 via libera dal ministro dei beni culturali, Dario Franceschini, così da po-tersi presentare nel pomeriggio in Consiglio regionale con le carte in regola per chiedere l’approvazione finale del testo e respingere le critiche arrivate soprattutto dal mondo ambientalista. il tour de force – Rossi nel pomeriggio si è anche arrabbiato con Marson finirà solo stamani, con le ultime limature fatte da Rossi, Marson e Pellegrinotti, pri-ma di partire per Roma, Il governatore ed il ministro Franceschini si sono sentiti nel fine settimana e ieri la mediazione di Rossi è partita dal suo «lodo» e dalla cancellazione delle parti più distanti dal testo originale, introdotte in commissione con emendamenti presentati dai consiglieri Pd, Ardelio Pellegrinotti e Matteo Tortolini. «Sono pronto a tornare al testo originale, già approvato dal Consiglio regionale» ha detto Rossi e ieri si è tolta la possi-bilitàdi scavare il marmo sopra i 1.2oo metri (tranne che per tre cave e per casi di recupero ambientale), si è tolto il cambio di destinazione d’uso delle strutture balneari-turistiche, con tutele entro i 300 metri dal mare e circoscritta la possibilità di loro ampliamenti, si sono cancel-lati gli interventi lungo l’alveo dei fiumi e così via. Obiettivo, tornare allo spirito originario del Pit – Rossi ha incassato anche l’appoggio della Cgll toscana contro «il rischio che gli interessi corporativi rompano l’equilibrio» – e oggi sapremo se la maratona avrà avuto esito positi-vo. Intanto un gruppo di intellettuali, tra cui Falco Pratesi, Alberto Asor Rosa, Carlo Gin-sborg, Sergio Stalno, ieri ha lanciato l’appello «Non lasciamo uccidere il paesaggio toscano», chiedendo a Franceschini di «non lasciar per-petrare questo nuovo e più generale attentato alla bellezza storica dei paesaggi toscani». E il presidente nazionale di Italia Nostra, Marco Parini, aggiunge: «Chiediamo che venga mante-nuto il piano così come licenziato nella giunta. E frutto della co-pianificazione con il ministero dei beni culturali. Franceschini non si pieghi ai voleri di lobby e partiti portatori di interessi».

Fonte: Il Corriere della Sera, 17/03/2015
Di: Gian Antonio Stella

Da risorsa a minaccia al paesaggio
La Toscana alla disfida del marmo

«Perché non parli?», avrebbe detto Michelangelo al Mosé. Alle Alpi Apuane che fornirono il marmo bianco, accusano i geologi, non serve fare la stessa domanda. Parlano già. A ogni acquazzone torrenziale. La-sciando che si rovescino a valle, senza più le barriere naturali spazzate via dall’escavazione di marmo, spropositate quantità d’acqua. Per non dire dei danni al panorama. Al centro dello scontro sul piano paesaggistico che sta spaccando il Pd toscano.
Il braccio di ferro non è solo sulle cave. Trovato un compromesso sui limiti alle vigne «industriali», la zuffa è oggi sui «ritocchi» al piano dell’assessore Anna Marson che pareva passato ma passato non è. Grazie ad emendamenti congiunti Pd-Forza Italia, ecco i divieti diventare «raccomandazioni», le prescrizioni per le coste svuotate da frasi tipo «ferma restando la possibilità di realizzare adeguamenti, ampliamenti…» e così via. Una retromarcia tale da spingere il Fai e Italia Nostra e decine di intellettuali, da Ser-gio Staino a Dacia Maraini, da Giovanni Sartori a Vittorio Emiliani, da Salvatore Settis a Fulco Pratesi (compresi puristi che facevano le pulci alla Marson: «Troppo poco!») a firmare per-ché il piano non sia stravolto.
Lo scontro più duro, però, è ancora una volta sulle cave di Carrara: tolti i limiti a scavare ancora oltre 1.200 metri, tolti i paletti a riaprire le cave dismesse, tolte le tutele alle «aree integre» con la possibilità di «ampliamento delle cave autorizzate nelle adiacenze di vette e crinali integri». Cose che rasserenano i cavatori preoccupati da mesi per i «lacci e lacciuoli» e fanno al contrario sanguinare il cuore a chi, come Pietro Ichino, conosce queste montagne metro per metro e sospira sulla devastazione del passo della Focolaccia dove forse era la tana dell’aruspice etrusco Aronte: «Quando ci andai la prima volta, più di trent’anni fa, era un luogo lontanissimo dal mondo civile e carico di suggestione; oggi gran parte del suo fascino è perduto, poiché il Passo è divorato dalle cave».
Due visioni del mondo opposte. Più inconciliabili via via che i macchinari moderni possono aggredire i luoghi più impervi. Dicono i cavatori che quelle vette mozzate, quei crinali sagomati come le montagnole del Lego, quei canaloni coperti di scarti di lavorazione, sono in realtà il bello delle Alpi Apuane.
Lo spiegarono con una pagina a pagamento dove campeggiava un volto del David: «Siamo convinti che l’identità paesaggistica del nostro territorio sia rappresentata dalle stesse cave di marmo, senza le quali le Apuane sarebbero montagne come altre e non lo scenario esclusivo di oggi, culla e risultato dell’agire umano». E i tentativi di arginare l’assalto delle ruspe? «Fumisterie di un ambientalismo ideologico».
Una guerra senza tregua. Di qua i padroni delle cave dicono che «ogni giorno migliaia di persone, da Carrara alla Versilia, in cava o nei laboratori di trasformazione, lavorano direttamente il marmo» più altre migliaia nell’indotto, facendo del marmo la ricchezza dell’area. Di là gli ambientalisti ricordano che mezzo secolo fa, quando si estraevano circa 400 mila tonnellate, cioè meno della metà di oggi (900 mila, ma nel ‘95 furono toccate le 1.256.221 tonnellate) i lavoratori delle cave erano seimila ma oggi, grazie alle nuove tecnologie, solo 600. Un decimo. E accusano: «Dal 1950 ad oggi sono state estratte più di 50 milioni di tonnellate di marmo in blocchi. Lo “scarto” quindi sarebbe non meno di 100 milioni di tonnellate». Totale: 55 milioni di metri cubi di marmo.
Di qua i cavatori sventolano i numeri della Camera di Commercio, secondo cui il settore ha recuperato sugli anni della crisi toccando nel 2013 «un totale delle vendite all’estero vicino ai 329 milioni di euro». Di là i critici, come Mauro Chessa presidente della Fondazione dei Geologi Toscani, denunciano che il prezzo pagato dall’ambiente è troppo alto e che quei soldi, ricavati da un bene che appartiene (al di là degli aspetti notarili) a tutti gli italiani vanno a finire spesso in tasche straniere, come quelle della famiglia Bin Laden, che con 45 milioni di euro ha comprato a luglio il 50% della Marmi Carrara, che detiene a sua volta il 50% di Sam, padrona di un terzo delle cave.
A farla corta, le cose hanno preso una piega tale da spinge-re la Regione a varare una legge, parallela al piano paesaggistico, che impone la concessione a tutte le cave, anche quelle in mano a privati a causa di un editto del 1751 della duchessa Maria Teresa Cybo-Malaspina. Titolo del Sole24ore: «La Toscana espropria il marmo». Rivolta: «È un esproprio proletario!». Sciocchezze, ha risposto il governatore Enrico Rossi, che da settimane cerca una mediazione decente tra «sviluppisti» e ambientalisti del suo stesso partito da portare oggi a Dario Franceschini. E ha spiegato a Mario Lancisi: «Io dico ai cavatori: ok, ti dò una concessione sulla tua cava anche di dieci, venti anni, se vuoi». Ma a un patto: «Tu il marmo che escavi lo lavori anche e quindi produci lavoro, occupazione. Oggi il problema numero uno è che il marmo viene imbarcato e se ne va per il mondo mentre le aziende di lavorazione hanno chiuso la saracinesca».
Non bastasse, dice Chessa, «negli ultimi due decenni si è affermata una categoria merceologica trasversale: il detrito di marmo, gli scarti di lavorazione che alimentano i “ravaneti”, cioè le discariche minerarie delle Apuane». Polverizzato in carbonato di calcio per «plastiche, gomme, pneumatici, isolanti, vernici, colle, prodotti chimici, farmaceutici…» Per dire: 1.500 tonnellate l’anno vanno nei dentifrici venduti in Italia.
Come andrà a finire? Si vedrà. Certo ogni intesa sarebbe stata più difficile in novembre, a ridosso dell’ultimo straripamento del torrente Carrione. Che come scrisse Marco Imarisio «non è il Mississippi» ma per l’«occupazione sistematica dell’alveo naturale» ha man mano intensificato le sue esondazioni: 1936, 1952, 1982, 1985, 1992, 1996, 2003, 2009, 2010 (due), 2012 (tre), 2013, 2014…
Dopo quella del 2003, disastrosa e segnata da due morti, fu aperta un’inchiesta. Otto anni dopo tutto è evaporato: prescrizione. Resta però l’atto d’accusa delle perizie. La tragedia era dovuta anche alla cattiva gestione del territorio? «La risposta, alla luce delle indagini, non può che essere affermativa».

 

Il Piano Paesaggistico della Toscana demolito a colpi di emendamenti‏

Firenze, 12/03/2015

“Oggi, in VI commissione del Consiglio regionale, il Pd ha approvato, votandolo, un emendamento alle direttive del Piano Paesaggistico dell’Ass. Marson che consente anche ampliamenti con cambio di destinazione d’uso a 300 metri dalla battigia. Quindi sarebbe il via libera alla cementificazione delle dune, delle coste, degli arenili.” Contrariamente a quanto approvato con le controdeduzioni della Giunta regionale lo scorso anno.
In pratica il Pd toscano fa esattamente quanto ha fatto Forza Italia con Cappellacci in Sardegna stravolgendo il precedente Piano Soru a tutela delle coste!
Non paghi a sufficienza hanno anche sostenuto che: “La tutela dei valori paesaggistici sopra i 1200metri sulle Apuane si fa regolando la prosecuzione delle cave”. Incredibile: si tutela il paesaggio con l’attività di cava!
Ricordiamocelo quando andremo a votare per le regionali!

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