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Capannori 6-9 ottobre: "Giornate Internazionali: esperienze comuni verso Rifiuti Zero"

Gentili Presidenti, Assessori, Consiglieri di Regione, Provincia e Comuni e rappresentanti delle forze politiche, vi informiamo che dal 6 al 9 ottobre 2011 si svolgerà presso l’Auditorium in Piazza Aldo Moro – Distretto Samitario di Capannori e Sala Riunioni del Comune, l’evento “Giornate Internazionali: esperienze comuni verso Rifiuti Zero”, promosso dal Comune di Capannori, da Centro Ricerca Rifiuti Zero, da ASCIT e da Progetto Active.
Questa potrebbe essere l’occasione per verificare di persona le molte esperienze dei comuni più virtuosi in campo ambientale che potrebbero essere copiate anche qui da noi.
Parteciperanno molte delegazioni straniere che prendono Capannori come modello da seguire, oltre ad altri esponenti internazioni del progetto Zero Waste.
Per quattro giorni, dal 6 al 9 ottobre, Capannori diventa capitale delle buone pratiche ambientali con un’attenzione particolare sulla gestione dei rifiuti con le “Giornate Internazionali: esperienze comuni verso Rifiuti Zero” che prevedono, incontri, dibattiti, presentazioni di libri e film sui temi ambientali.
La convention promossa da Comune di Capannori, Centro Ricerca Rifiuti Zero, Ascit, Progetto Active, si aprirà giovedì 6 ottobre alle 21 all’auditorium di Capannori con la presentazione del libro “Zero Rifiuti” di Marinella Correggia (edizioni Altraeconomia) e proseguirà venerdì 7 ottobre con la ‘Riunione del team operativo del Centro di Ricerca Rifiuti Zero’ del Comune, che traccerà il bilancio di un anno di attività e presenterà i risultati di alcuni ‘casi studio’ tra cui quello sulle capsule di caffè. La serata sarà poi dedicata alla presentazione di un altro libro intitolato ‘Il libro nero dello spreco in Italia’ di Luca Falasconi e Andrea Segrè (preside della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna), edizioni Ambiente.
La giornata clou dell’evento sarò quella di sabato 8 ottobre Più di 50 sindaci e assessori dei Comuni italiani che hanno aderito alla strategia coniata da Paul Connett si ritroveranno a Capannori per fondare il ‘Coordinamento nazionale dei Comuni Rifiuti Zero’ di cui il comune guidato dal sindaco Del Ghingaro è stato pioniere in Italia nel 2007. Una sorta di Stati Generali delle amministrazioni locali italiane più virtuose in campo ambientale che si ritroveranno all’Auditorium di piazza Aldo Moro insieme a tanti esperti ambientalisti, tra cui il presidente dell’associazione nazionale Comuni virtuosi, Gianluca Fioretti, Pinuccia Montanari del Coordinamento nazionale Agende 21 e Arianna Buti del Progetto Active. La giornata costitutiva di questo nuovo soggetto nazionale vedrà anche la presenza di alcune delegazioni straniere che guardano a Capannori come ’modello’ da seguire per raggiungere una migliore sostenibilità ambientale. Saranno infatti presenti Jack Macy responsabile commerciale del progetto Zero Waste e della municipalità e della Contea di S.Francisco e delegazioni dei comuni della Catalogna e dei Paesi Baschi. Dalla giornata uscirà un’ Agenda Comune la cui bozza sarà presentata dal sindaco Giorgio Del Ghingaro, da Rossano Ercolini coordinatore del Centro di Ricerca Rifiuti Zero del Comune e Gianluca Fioretti nel corso di una sessione coordinata dall’assessore all’ambiente, Alessio Ciacci.
Le buone pratiche ambientali si materializzeranno poi in una mini sfilata di moda di abiti ricavati da materiali di recupero a cura della giovane stilista Martina Baldo e di abiti usati a cura di Manitese Lucca. Dopo l’intervento del presidente di Ascit Maurizio Gatti e di Pietro Angelini di Effecorta la serata si concluderà con la presentazione del film ‘Zero Waste’ di Victor Ibanez che sarà presente insieme a Franco Barbieri, Patrizia Lo Sciuto co-coordinatrice di Zero Waste Italy.
La ‘quattro giorni’ si concluderà domenica 9 ottobre con un incontro aperto tra il team operativo e il Comitato Scientifico del Centro di Ricerca Rifiuti Zero del Comune dedicato alla responsabilità estesa del produttore e alle riduzione dei rifiuti. A portare il proprio contributo, tra gli altri, Enzo Favoino coordinatore del Comitato Scientifico, Roberto Cavallo, Andrea Nervi, Riccardo Pensa. Gigi Perinello del progetto ‘Ragioniamo con i piedi’ promosso dall’ azienda Astorflex e Daniele del Grande direttore di Ceseca Innovazione srl parleranno delle scarpe ecologiche insieme all’assessore alle attività produttive Maurizio Vellutini.
Cliccate qui per il programma dettagliato
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Il falso mito dei cementifici-inceneritori secondo i medici per l’ambiente

Fonte: Agorà Magazine

La combustione di rifiuti nei cementifici, pratica che si vorrebbe nel nostro paese sempre più diffusa, consente secondo chi la propone di limitare la costruzione di nuovi inceneritori, la sostituzione parziale con i rifiuti di parte dei combustibili fossili di solito utilizzati per alimentare questi impianti, la riduzione delle emissioni di CO2, il recupero totale delle ceneri di combustione (inglobate nel clinker) e, in ultimo, una minore produzione di diossine rispetto ai “classici” impianti di incenerimento dei rifiuti.
Se così fosse, questa pratica sarebbe davvero da considerare l’optimum nella gestione dei rifiuti residui. Tuttavia, questa soluzione presenta numerosi e pesanti limiti per i rischi alla salute umana, ancora maggiori rispetto agli inceneritori. I limiti di legge per le emissioni dei cementifici, infatti, sono enormemente superiori rispetto a quelli degli inceneritori (considerando solo gli NOx, per un inceneritore il limite di legge è 200 mg/Nmc mentre per un cementificio è tra 500 e 1800 mg/Nmc).
I cementifici sono impianti industriali altamente inquinanti già senza l’uso dei rifiuti come combustibile (industria insalubre di classe 1), e andrebbero drasticamente ridotti e contingentati, specie nel nostro Paese. L’Italia è infatti la nazione europea con più cementifici, con i suoi 59 impianti (22% del totale degli impianti europei). La Germania, che è al secondo posto in classifica, ne ha 38, 21 in meno dell’Italia (fonte: CEMBUREAU, European Commission 2011). Secondo il registro europeo delle emissioni inquinanti (E-PRTR), i soli cementifici italiani (molti dei quali bruciano rifiuti) hanno prodotto nel 2009 13.8 Kg di PCB (la pericolosità di questa sostanza si misura in nanogrammi), 21.237.000 tonnellate di CO2, 12 Kg di cadmio, 53.4 Kg di mercurio, 115 Kg di Nickel, 13.643 tonnellate di CO, 369 tonnellate di ammonio, 49.930 tonnellate di ossidi di azoto, 2.917 tonnellate di ossidi di zolfo, 6,76 tonnellate di benzene e quantità incalcolabili di particolato, dannoso per la salute anche a minime concentrazioni (Ware 2000) e tramite particelle di dimensioni nanometriche (le UFP, Ultra-Fine Particles), impossibili da trattenere con i filtri comunemente utilizzati.
Le diossine sono tra i più potenti veleni noti in farmacologia e la loro pericolosità è dovuta alla non biodegradabilità (persistenza) e dunque a fenomeni di accumulo nel suolo, nella catena alimentare e negli organismi viventi nei quali, se esposti per lungo tempo, possono prodursi tumori maligni (principalmente linfomi e sarcomi), difetti di sviluppo del feto e varie alterazioni ormonali e metaboliche.
L’affermazione che le alte temperature diminuiscano o addirittura eliminino le emissioni di diossine è invalidata da evidenze che mostrano come, sebbene le molecole di diossina abbiano un punto di rottura del loro legame a temperature superiori a 850°C, durante le fasi di raffreddamento esse si riaggregano e si riformano (Cormier et al. 2006).
I limiti di emissione delle diossine sono identici per cementifici a co-combustione e termovalorizzatori (0.1 ng/Nmc). Considerata una emissione giornaliera di ben 10 volte inferiore al limite consentito dalla legge (0.01 ng/Nmc) e considerato il tempo di dimezzamento delle diossine al suolo (in media 5 anni), in un giorno si depositerebbero nei terreni circostanti un cementificio a co-combustione “solo” 10 pg/m2, che diventerebbero 13.164 pg/m2 dopo 5 anni e 24.683 pg/m2 in 20 anni (la durata media di vita di questi impianti).
Considerato che il tempo di dimezzamento delle diossine nell’uomo è ancora più lungo (da 12 a 132 anni (Geyer et al. 2002), è facilmente comprensibile come le presunte “basse emissioni” di questi impianti siano una favola che difficilmente può lasciare tranquilli dal punto di vista sanitario ed epidemiologico.
Nei cementifici a co-combustione di rifiuti, inoltre, la riduzione quantitativa delle emissioni di diossine rispetto ai termovalorizzatori è compensata da un significativo incremento delle emissioni di metalli pesanti (Genon and Brizio 2008) (in particolare mercurio), altrettanto pericolosi per la salute umana.
Nello studio di impatto ambientale di un cementificio proposto dalla “Apricena Leganti”, gli stessi proponenti scrivono che “i metalli relativamente volatili, quale ad esempio il mercurio, non vengono trattenuti durante il processo”.
Il documento europeo di riferimento dei cementifici (BREF europeo) (European Commission 2011) riporta che gli impianti europei possono produrre sino a 1300 Kg/anno di mercurio. Questa sostanza, accumulabile nell’ambiente e nel ciclo alimentare, è estremamente tossica e pericolosa per la salute umana. L’esposizione prenatale a questo metallo può causare nel bambino deficit neurologici, vertigini, paralisi, disturbi della vista e dell’udito, anomalie dell’eloquio, difficoltà nella deglutizione e nella suzione.
Per questi (e altri) motivi, l’Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia europea (causa C- 283/07) per aver assimilato il CDR-Q a materie prime come i combustibili fossili. La corte ha ribadito nella sue sentenza che “il CDR-Q, anche se corrisponde alle norme tecniche UNI 9903-1, non possiede le stesse proprietà e caratteristiche dei combustibili primari. Come ammette la stessa Repubblica italiana, esso può sostituire solo in parte il carbone e il coke di petrolio. Peraltro, le misure di controllo e di precauzione relative al trasporto e alla ricezione del CDR-Q negli impianti di combustione, nonché le modalità della sua combustione previste dal decreto ministeriale 2 maggio 2006, dimostrano che il CDR-Q e la sua combustione presentano rischi e pericoli specifici per la salute umana e l’ambiente, che costituiscono una delle caratteristiche dei residui di consumo e non dei combustibili fossili.” In ultimo, riguardo al presunto vantaggio della “scomparsa” delle ceneri tossiche prodotte dalla combustione, è da ricordare che essa è semplicemente dovuta al loro inglobamento nel clinker prodotto (“nulla si crea e nulla si distrugge”, Antoine Lavoisier, 1789), materiale utilizzato per gli impieghi più vari e, a fine vita delle opere, trasformato in materiale di risulta da smaltire in discarica, con il suo carico “nascosto” di pericolosi inquinanti, con buona pace dei propositi di sostenibilità.
Dal punto di vista strettamente sanitario (escludendo dunque ogni considerazioni di tipo economico e sociale, che pure avrebbe grande valore), una corretta gestione del ciclo dei rifiuti non dovrebbe assolutamente prevedere il loro incenerimento. Che si tratti di inceneritori “classici” o di cementifici, tale pratica è dannosa per l’ambiente e per gli esseri umani che lo popolano, come documentato da ormai innumerevoli testimonianze scientifiche. La proposta di co-combustione dei rifiuti nei cementifici come alternativa più “sostenibile” e meno pericolosa all’incenerimento in impianti dedicati, è al tempo stesso da considerare una dichiarazione indiretta della pericolosità dei termovalorizzatori (se fossero l’optimum non si sarebbero cercate alternative) e un ulteriore sacrificio del bene comune sull’altare di interessi privati. Chi sceglie la sostenibilità ambientale e la sicurezza sanitaria dovrebbe percorrere altre e più proficue strade.

ISDE – Affiliata all’International Society of Doctors for the Environment Rapporto consultivo con l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e l’UNECOSOC (United Nations Economic and Social Council) Via della Fioraia, 17/19 – 52100 Arezzo – Tel. 0575/22256 – Fax. 0575/28676
E-mail: isde@ats.ithttp://www.isde.it

La provincia di Lucca abbandona l’incenerimento…Reciclare e non bruciare è un dovere civico…

La Provincia di Lucca, insieme a Pisa, Livorno e Massa-Carrara, è in fase di elaborazione del piano interprovinciale dei rifiuti.
Il piano deve tener conto delle condizioni delle diverse realtà territoriali per integrare le modalità di gestione e definire una nuova tariffa comprensoriale unica.
Si prende atto che anche nel programma di governo dell’attuale mandato si conferma l’obbiettivo di superamento nel nostro territorio provinciale, per le sue caratteristiche, del sistema di incenerimento dei rifiuti che per quanto riguarda Falascaia e Belvedere significa la loro definitiva dismissione.
La Provincia di Lucca, assieme a numerosi comuni, anche a seguito delle gravi criticità emerse nell’esercizio degli impianti di incenerimento del territorio provinciale (Falascaia, Belvedere), attualmente chiusi, e delle diffuse preoccupazioni riguardo alla tutela della salute e dell’ambiente espresse da amministratori pubblici e comitati di cittadini, ha perseguito e in buona parte realizzato una politica di forte stimolo alla raccolta differenziata, destinandovi anche apposite cospicue risorse finanziarie.
A questo si aggiunge un forte incremento delle iniziative di sensibilizzazione nelle scuole e, più in generale, nella comunità sia ad un approccio consapevole al consumo sia alla conoscenza delle ampie opportunità di riuso e riciclo dei rifiuti.
Al fine di completare questo percorso virtuoso, che vede il nostro territorio provinciale al 1° posto in Toscana per la raccolta differenziata, si sta lavorando all’elaborazione di concreti piani alternativi all’attuale impostazione di trattamento e smaltimento dei r.s.u..
In particolare, per supportare adeguatamente la R.D. e chiudere il ciclo, è necessario realizzare l’indispensabile impianto di compostaggio nella piana a Capannori, lavorare in maggiore sinergia con le aziende del settore operanti sul territorio provinciale e procedere alla riconversione di Pioppogatto.
Al contempo occorre rendere possibile per i comuni un percorso economicamente sostenibile e perseguire la salvaguardia dei posti di lavoro da riconvertire a seguito della non riapertura degli impianti, grazie soprattutto al fatto che le attività proprie della raccolta differenziata , del riuso e del riciclo, sono ad alta intensità di lavoro. La chiusura degli inceneritori non produrrebbe quindi la perdita di posti di lavoro dei quali è giusto farsi carico.
Tutto ciò costituisce una premessa indispensabile per poter cominciare a guardare alla prospettiva dei “rifiuti zero” al 2020.
Premesso quanto sopra,
IL CONSIGLIO PROVINCIALE
Visto inoltre lo scenario alternativo che viene offerto per l’elaborazione del nuovo piano interprovinciale dei rifiuti che, come indicato dal D.Lgs 152/2006, deve prevedere per la Provincia di Lucca il raggiungimento dell’obiettivo del 65% di RD al 2012 e poi un aumento del 5% annuo, in modo di raggiungere la prospettiva dei “rifiuti zero” al 2020;

  1. sottolinea con forza la necessità di elaborare in tempi rapidi concrete soluzioni alternative per non procedere alla riattivazione degli impianti di Falascaia e Belvedere, con il raggiungimento della chiusura definitiva di entrambi;
  2. ritiene, per quanto detto, che le concrete implicazioni di tali scenari debbano essere adeguatamente e rapidamente approfondite, in collaborazione con i comuni, al fine di portare definitivamente a compimento in questo mandato, nei tempi più rapidi possibili, l’obbiettivo primario di superamento sul nostro territorio provinciale del sistema di’ incenerimento dei rifiuti.
  3. invita il Presidente e la Giunta a perseguire tali obiettivi nel “Piano Interprovinciale di gestione dei rifiuti solidi urbani.

Marzia Marzoli

Interrogazione in Consiglio regionale di Romanelli (FdS/Verdi) chiudere l' inceneritore di Montale

Inceneritore di Montale e diffida della Provincia: ancora criticità e anomalie.
Interrogazione in Consiglio Regionale.
Romanelli (FdS/Verdi): "una situazione non più sostenibile, l’impianto è da chiudere e vanno diffuse tecnologie alternative senza combustione"

“La recente diffida della Provincia di Pistoia al gestore del termovalorizzatore di Montale, a seguito delle osservazioni dell'Arpat riguardanti le modalità di comunicazione sul funzionamento delle linee, con particolare attenzione all'immissione di carbone attivo, costituisce l’ennesimo capitolo di una vicenda infinita di una non corretta gestione dei rifiuti” – dichiara il Consigliere Regionale Mauro Romanelli – “Questione questa che era già stata puntualmente evidenziata dai Comitati locali in seguito alla pubblicazione del report di autocontrollo sull’impianto del maggio 2011”. “Oggi ho presentato un’interrogazione urgente in Consiglio Regionale – annuncia Romanelli – in cui ripercorro la lunga serie di problemi che ha avuto quest’impianto: la chiusura del 2007 per lo sforamento di diossine, i superamenti dei limiti di attenzione sempre per le diossine nel 2010, il rapporto dell’Asl di gennaio che metteva in probabile correlazione i picchi del PM10 con l’attività dell’inceneritore, la chiusura della linea tre nel marzo scorso e, infine, le diffide di aprile e agosto per migliorare i sistemi di abbattimento, le procedure di controllo, gli interventi di manutenzione degli stessi, la verifica del mantenimento dell’efficienza, la costanza dei parametri di riferimento, nonché la registrazione delle operazioni di verifica e di controllo.
La popolazione è giustamente preoccupata e credo che sarà importante discutere approfonditamente a novembre, coinvolgendo anche le associazioni e i comitati, sugli esiti delle indagini sull’inceneritore di Montale per i problemi ambientali ed epidemiologici. Certamente questa storia deve cambiare trama, e mi auguro che la Regione finalmente intervenga per mettere in agenda il superamento dell’inceneritore di Montale, avviando la diffusione di tecnologie alternative senza combustione, che garantiscano benefici a livello ambientale, sanitario ed economico. Intanto sarebbe opportuno sollecitare la chiusura immediata dell`impianto per motivi cautelativi".

Enerambiente smaltirà i rifiuti di Napoli Nonostante un provvedimento antimafia

Fonte: Il Fatto Quotidiano, 22 luglio 2011

La saga dei rifiuti non ha fine e nella galassia di inchieste, soldi sprecati e arresti c’è anche la vicenda di una società estromessa dalla raccolta dei rifiuti a Napoli, ma che ritorna protagonista come socio privato di un’azienda mista che si occupa di smaltire, in Toscana, il pattume campano. Enerambiente, società veneziana del patron Stefano Gavioli, ha lavorato per l’Asia, la società del comune di Napoli, fino al novembre 2010, quando ha ricevuto un’informativa atipica, una misura di prevenzione antimafia, dalla prefettura di Venezia nella quale si manifestavano vicinanze sospette dell’ex amministratore delegato Giovanni Faggiano e dello stesso Gavioli. La presenza a Napoli di Enerambiente,oggi in liquidazione, e i suoi rapporti con Asia, sono al centro di diverse inchieste della procura partenopea e del pool di magistrati, coordinati dall’aggiunto Giovanni Melillo.
Ieri, sono scattati altri due arresti. In manette, per corruzione ed estorsione, sono finiti Faggiano e Corrado Cigliano, il primo ex ad di Enerambiente, il secondo ex capocantiere a Napoli della società veneziana e fratello di Dario, ex consigliere provinciale Pdl, anche lui coinvolto a diverso titolo in una precedente operazione. L’accusa è quella di aver preteso soldi non dovuti e posti di lavoro dai responsabili delle ditte (Davideco e Cooperativa San Marco) a cui affidavano il subappalto.
Tra gli indagati in un altro filone dell’indagine c’è anche Stefano Gavioli. Proprio Gavioli con la sua Enerambiente è consigliere nel cda di Rea, Rosignano energia ambiente. Una società con sede a Rosignano, in provincia di Livorno, che si occupa di rifiuti e che sta smaltendo quelli provenienti da Napoli. Fino ad oggi sono circa 9 mila le tonnellate raccolte dalla ditta livornese con un costo per la Sapna, la società provinciale di Napoli, di oltre un milione di euro. Ora sono in arrivo altre 5 mila tonnellate dopo l’accordo tra le regioni siglato nei giorni scorsi. Insomma la Enerambiente uscita dalla porta nella raccolta del pattume partenopeo si trova ad essere socio privato dell’azienda mista che cura lo smaltimento dei rifiuti campani nella discarica livornese di Scapigliato.
La Rea è una società mista pubblico-privata con il comune di Rosignano capofila con una quota del 45% e due soci privati, tra cui Enerambiente (nata dalle ceneri di Slia di Manlio Cerroni) è al 24%. Oltre a Stefano Gavioli, nel consiglio di amministrazione siede anche la sorella Maria Chiara. “ Enerambiente è un socio finanziatore, ma non operativo – precisa Massimiliano Monti, direttore generale della Rea – i rifiuti provenienti da Napoli vengono controllati e usiamo tutto personale in capo alla nostra azienda e non dei privati”. Ma in caso di utili il patron Gavioli parteciperebbe alla spartizione. Di certo risulta ingombrante la presenza della società veneziana. Un anno fa fu bocciata l’idea di acquisirne la quota perché Enerambiente chiese una cifra intorno agli 8 milioni di euro. Nel luglio 2010 Giovanni Faggiano si dimise da consigliere di Rea dopo ripetute richieste a seguito della condanna per corruzione aggravata in primo grado subita.
Nonostante l’assoluzione in secondo grado, restano i pesanti rapporti con uomini vicini al crimine organizzato, evidenziati nell’informativa atipica spiccata dalla prefettura di Venezia, lo scorso ottobre. Nell’informativa della prefettura di Venezia, si parlava anche di Gavioli, il patron di Enerambiente, che resta consigliere di Rea: “ Sono stati accertati rapporti – si legge – di dubbia natura tra Gavioli Stefano, attuale amministratore unico e precedentemente presidente del Cda di Enerambiente Spa, e Zito Angelo, soggetto legato al crimine organizzato, condannato per il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso e arrestato nell’ambito di una operazione della Dia di Palermo con l’accusa di riciclaggio del denaro di pertinenza del clan mafioso riconducibile ai fratelli Graviano”.
Un’informativa atipica, quella della prefettura di Venezia, a carico di Enerambiente che condusse il comune di Napoli a revocare l’appalto nel novembre scorso, stesso dicasi per alcuni comuni foggiani (come Sannicandro Garganico) dove Enerambiente aveva vinto l’appalto per la gestione dei rifiuti. Nel caso Rea, Enerambiente è socio privato di una spa. Il sindaco di Rosignano Alessandro Franchi, però, promette: “Chiederemo nella prossima assemblea dei soci che nel futuro cda, vicino al rinnovo, siano presenti solo persone che abbiano un profilo specchiato senza problemi con la magistratura”. Sulla vicenda Rea-Enerambiente si è prodotta anche una spaccatura nel Pd che guida la giunta, con l’uscita del gruppo consiliare Rosignano democratica che chiede chiarezza e l’estromissione della società veneziana.
Nell’ordinanza che, ieri, ha portato in carcere Faggiano, il gip Isabella Iaselli parla anche di Gavioli: “ Sono da accertare i rapporti con il Gavioli che per ben cinque anni non ha mai avuto nulla da ridire sulla condotta del suo più fidato collaboratore che tuttavia aveva già negli anni 2008 e 2009 emesso fatture per importi rilevanti per prestazioni mai eseguite, oltre ad aumentare in maniera irragionevole lo stipendio per sé e per la sua collaboratrice”. Sia Faggiano che Gavioli respingono ogni addebito.
Sui rifiuti di Napoli c’è un altro caso che fa discutere quello della società Adiletta logistica Scarl di Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, che cura il trasporto del pattume campano verso la Sicilia. I proprietari sono vicini al gruppo del Pdl locale, proprio nel piazzale dell’azienda si tenne l’incontro elettorale con Adriano Bellocosa, candidato a sindaco dei berlusconiani a Nocera Inferiore. Uno dei proprietari della ditta, Mario Adiletta, già protagonista di altre vicende giudiziarie in passato, è coinvolto in una inchiesta della direzione distrettuale antimafia di Firenze. Per lui il Gip dispose i domiciliari, nel novembre scorso, in un’operazione contro una presunta associazione a delinquere dedita al traffico internazionale di macchinari rubati, con l’aggravante di aver favorito un clan di camorra.
Adiletta viene ritenuto contiguo alla criminalità organizzata campana secondo il racconto di due pentiti e i riscontri emersi dalle indagini dei carabinieri. Accuse che i suoi legali respingono, pronti a dimostrare l’estraneità dell’assistito a ogni accusa. Al momento, nonostante il coinvolgimento nell’inchiesta fiorentina e i presunti rapporti con i clan, non ci sono stop prefettizi per la Adiletta e per la San Marino, azienda collegata al gruppo.

In Italia si costruiscono gli inceneritori. Nel resto del mondo si stanno smantellando

Fonte: Ciaccimagazine

È vero che gli inceneritori fanno male? Perché in Italia si continuano a costruire questi impianti mentre nel resto del mondo si stanno smantellando? Quali sono le possibili alternative? Sono queste alcune delle domande a cui Carlo A. Martigli, scrittore e giornalista, ha cercato di rispondere con un’inchiesta da cui è nato il docufilm “Sporchi da morire”, in uscita il prossimo autunno (vedi anteprima).
Il progetto, di respiro internazionale, è stato realizzato da Marco Carlucci, filmmaker indipendente già noto per “Il punto rosso”, con la collaborazione di numerosi esperti: medici, biologi, chimici, attivisti italiani e stranieri.
Carlucci, come è nata l’idea di realizzare un docufilm sui rischi alla salute degli inceneritori?
“Il film nasce da un incontro casuale con Stefano Montanari, direttore del laboratorio Nanodiagnostics di Modena. Assistendo a una delle sue numerose conferenze, sono rimasto profondamente colpito dalla tematica e anche affascinato dall’idea di realizzare un film documentario poco convenzionale. “Sporchi da morire” racconta la storia di una ricerca online che lentamente prende forma e sostanza. Sono stati utilizzati video di varia natura e provenienza: nostri reportage esclusivi, video inviati dagli utenti del sito o dalle associazioni, video virali del web, il tutto in uno stile volutamente ‘sporco’. Questo progetto affronta il tema della pericolosità degli inceneritori per svelare alle persone l’esistenza di una nuova forma d’inquinamento molto insidiosa, quella delle nanoparticelle. Ci siamo interessati anche delle centinaia di migliaia di persone che si stanno ammalando a New York, vittime delle nanopolveri da combustione scaturite dal crollo delle torri gemelle. Ma le nanoparticelle sono anche nei filtri per le macchine, nei cibi, nei farmaci, nelle armi moderne. In ogni caso, “Sporchi da morire” non descrive solo il pericolo ma anche le alternative sostenibili già attuate in molte parti del mondo”.
In Italia l’incenerimento è una delle pietre miliari su cui poggiano i piani di gestione dell’immondizia. Com’è la situazione lontano da qui?
“Fin dall’inizio non ho inteso realizzare un film sugli scandali italiani: sulla monnezza di Napoli, o sul business dei rifiuti. Il problema è molto più ampio e ogni paese ha il suo modus operandi. In Inghilterra, in Austria, in Francia, in Germania, persino negli Stati Uniti, ci sono problemi legati alla gestione dei rifiuti, agli impianti d’incenerimento, alla libertà d’informazione. In Italia però scontiamo il ritardo con cui abbiamo iniziato a occuparci del problema, e infatti siamo gli unici a non aver capito che bisogna risolverli. Rispetto alla Francia, per esempio, la differenza è sostanziale: due medici francesi, di opposto credo politico, hanno dato vita alla più grande associazione mondiale e allo studio più importante sugli effetti degli inceneritori. In Italia importanti politici, di opposte fazioni, sono concordi nel proporre come soluzione alla crisi dei rifiuti l’incenerimento”.
Gli impianti di incenerimento producono polveri tanto piccole che non possono essere filtrate né dal naso né dai bronchioli, penetrando, così, in profondità nei polmoni. Gli inceneritori, oltre alle polveri, generano metalli pesanti come piombo, mercurio, arsenico e cadmio, altamente nocivi per la salute. Possibile che nonostante questi dati si continui a credere che bruciare i rifiuti sia l’unica soluzione?
“Certo, perché il processo dell’incenerimento dei rifiuti è apparentemente purificatorio agli occhi delle persone. Poi, se si racconta che oltre a smaltire i rifiuti, si crea energia e non si inquina, diventa difficile per una persona che non ha le giuste informazioni avere dei dubbi concreti. Il problema vero degli inceneritori vecchi e nuovi è che, per poter essere produttivi, hanno bisogno di materia prima, cioè di quei materiali che potrebbero essere riciclati e compostati, creando così un nuovo business e posti di lavoro. Fino a quando costruiremo bocche di fuoco che hanno bisogno di rifiuti per poter funzionare, la raccolta differenziata non decollerà”.
Che idea si è fatto della cosiddetta emergenza Napoli?
“Il nostro documentario parte proprio dalla crisi di Napoli, dai rifiuti per le strade, per poi affrontare lo step successivo, ovvero la soluzione avanzata. Rispondo a questa domanda riprendendo un concetto espresso nel film da Paul Connett, guru mondiale di Zero Waste: quando ci sono due comuni che sono distanti due chilometri, e uno ha il 5% di raccolta differenziata e l’altro il 70%, non è più un fatto “culturale”,  la cultura non può cambiare in due chilometri. È un problema di leadership”.
Cliccate qui per l’ateprima.

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