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L’ultima catastrofe

Le Cinque Terre e il lembo più settentrionale della Lunigiana, in Toscana, sono stati sconvolti da una tragica calamità “naturale” (chiamiamola così). Purtroppo temiamo che, come non è stata la prima, non sarà neppure l’ultima.
In questi anni, il Paese è sconvolto da una crescendo di disastri naturali di cui, l’ultimo si dice sempre che è il più grave di quanti lo hanno preceduto.
Il “disastro” sta perdendo l’aspetto dell’evento eccezionale. Secondo statistiche ufficiali, il 70% dei Comuni italiani è ad alto rischio idrogeologico: di questi Comuni, 1700 sono a rischio di frane, 11285 a rischio di alluvione e 2596 a rischio di frane e alluvione. Stando ancora a queste statistiche, negli ultimi cinquant’anni, questi eventi “naturali” li abbiamo pagati con una alluvione o una frana ogni giorno e mezzo e con sette morti ogni mese.
In danaro, nel decennio che va dal 1994 al 2004, ci sono costati (per rimediare e non per prevenire, ché il discorso sarebbe diverso) circa 21 miliardi di euro (di cui non si sa quanti pagati alla corruzione); nel decennio successivo , certamente molto di più.
Il nostro Paese è bello e fragile; e la sua fragilità è aggravata dal consumo continuo e dissennato di territorio che, sottratto al suo uso naturale, viene cementificato sotto la spinta della speculazione edilizia che sembra non trovare limiti, assecondata da mancanza di regole, anzi, dalla sostituzione di regole con deroghe.
E gran parte di questo territorio, così abusato, viene conservato e mantenuto con costi elevati (che non vengono computati nel calcolo della cosiddetta energia grigia) da Consorzi di Bonifica che con sistemazione di argini, fossi, canali artificiali e continui pompaggi, rimediano come possono alla distruzione di golene, allo sconvolgimento di poggi e colline, alla impermeabilizzazione del suolo su cui l’acqua scorre veloce senza penetrarvi. E questa è pratica quotidiana, che spesso sfugge alla nostra attenzione e riflessione.
Oltre alla “normale” speculazione edilizia – quella delle villette, dei centri commerciali e dei centri abitativi – vengono proposte, poi, anche “grandi” opere, spesso assolutamente incompatibili con l’ambiente.
Proprio a Carrara si è da poco posta la prima pietra dell’Ospedale Unico di Massa e Carrara, che, come dice il geologo Caniparoli, è “in una palude, in una zona a rischio esondazione, dove, in caso di terremoto si potrebbe generare il fenomeno noto come liquefazione delle sabbie di fondazione che provoca lo sprofondamento dell’edificio”.
Ma non basta: ancora qui, non solo si vuole ampliare il Porto, già causa di profonde ed estese erosioni della costa, ma addirittura se ne vuole costruire uno nuovo, quello turistico, tra le foci dei torrenti Carrione e Lavello, alterandone corso e foce e ponendo tutta la zona costiera a forte rischio idrogeologico. Si dimentica che nel settembre del 2003, proprio lo straripamento del Carrione, facilitato – se non provocato – dalla modificazione della sua foce, provocò un morto e danni per più di 100 milioni di euro.
E la stessa operazione, quella del porto turistico, si ripete a Cecina, dove sconsideratamente, sotto la solita spinta della speculazione che alletta gli amministratori con il mito dello “sviluppo”, si vuole costruire un nuovo porto alla foce (modificata, come al solito) del fiume Cecina, aggravando l’erosione della costa e mettendo a rischio idrogeologico tutto il territorio.
Un vecchio adagio recita: “passano gli anni, passano i mesi/ ma l’acqua torna ai suoi paesi”: se, di un fiume, si occupano zone di golena e se se ne alterano il corso e la foce, presto o tardi il fiume rioccuperà il suo letto, distruggendo tutto ciò che l’uomo ha costruito. Sembra che la speculazione, nei suoi vari aspetti e con i suoi pretesti, questa lezione, l’abbia fatta dimenticare.
Versilia, Garfagnana e Apuania hanno pagato alti tributi a queste calamità cosiddette naturali.
Nel 1996 una tragica alluvione devastò la Versilia: tra le rovine si contarono 14 morti. Nel 2003, Carrara, come abbiano già detto, fu devastata dall’alluvione dei suoi torrenti.
L’anno scorso franarono le colline sopra Massa, provocando macerie e morti.
Straripamenti ed alluvioni si sono disastrosamente ripetuti nel 2008 , nel 2009 e nel 2010. Alta Versilia, Garfagnana, Val di Serchio sono continuamente tormentate da frane, smottamenti, esondazioni.
Nel Natale del 2009, il Serchio ruppe gli argini e tutta la pianura tra Viareggio e Pisa fu sommersa: campi e strade furono coperte da un metro e mezzo d’acqua, l’autostrada si percorreva in barca, furono pericolosamente minacciati gli argini del lago di Massaciuccoli. Tuttora si lavora per rimediare i danni.
Il territorio violentato stenta a difendersi.
Responsabile non è sempre, e non solo, l’abusivismo, ché, come abbiamo visto, sono le Amministrazioni Pubbliche ad avere gran parte di responsabilità, spesso prive di denaro e sollecitate, ad un tempo, dalle ragioni della speculazione e dal desiderio di perseguire propri fini politici, nell’ignoranza e nella scarsa considerazione dello stato e delle esigenze del territorio che amministrano.
Basti pensare che ad Aulla, la Protezione Civile (sì: la Protezione Civile) ha stabilito, in caso di calamità, il centro di raccolta della popolazione in un cinema che l’alluvione ha spazzato via. Come purtroppo accade sempre più spesso, ma questa volta fortunatamente, l’allarme non è stato dato.
Sempre ad Aulla, la scuola media costruita in una lingua di terreno alla confluenza di due fiumi è stata spazzata via, come pure la caserma dei pompieri (!) costruita, anch’essa, in zona di golena.
E neppure i disastrosi nubifragi sono dovuti a casualità e fatalità: sono conseguenza diretta del riscaldamento globale, frutto dell’effetto serra.
In questi giorni, il prolungamento della stagione estiva fino a settembre e a ottobre inoltrato ha fatto sì che il mare si riscaldasse oltre misura immagazzinando una grande quantità di calore latente con conseguente forte evaporazione che, pompata dal caldo vento di scirocco, si è incontrata, sui versanti dei monti che qui declinano rapidi verso il mare, con la prima aria fresca, provocando così gli annuvolamenti temporaleschi responsabili del forte nubifragio. E questo fronte temporalesco si è poi autogenerato continuando ad aspirare aria calda e umidità.
Ed è accaduto di nuovo ciò che accadde nel 1996, nel 2009, nel 2010..
Liguria, Lunigiana e Versilia sono caratterizzate – è la loro bellezza – da monti che incombono sul mare.
Ma la configurazione del territorio non consiglia cura e prudenza nella sua gestione. Tutto sembra inutile.
Antonio Dalle Mura – Presidente del Consiglio Regionale Toscano di Italia Nostra Onlus

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Grandi Opere in Toscana

Le “grandi opere” spesso di grande producono solo guai sociali,
economici, ambientali, paesaggistici

Talvolta sembrano pensate proprio a questo scopo, talaltra i disastri si presentano come effetti collaterali (imprevisti, ma facilmente prevedibili).
Così i lavori TAV hanno sconvolto il Mugello prosciugando 37 fonti e disseccando 57 chilometri di fiumi: gravi intercettazioni dei livelli di falda accompagnate da frane, allagamenti, lesioni di edifici, cedimenti e sprofondamenti di terreni.
Seguiranno (come da copione) “risanamenti, mitigazioni, compensazioni” (spesso più costosi degli interventi che li hanno provocati), ma il disastro rimarrà.
E non basta: la TAV minaccia ancora Firenze: un doppio tunnel di 7 chilometri per il sottoattraversamento, troppo pericoloso e dannoso per una città come Firenze. E con il corollario della stazione progettata dall’archistar Foster, stazione a distribuzione verticale con le banchine a 25 metri di profondità.
Minacce vengono anche da come si divisa di completare l’autostrada Tirrenica che, anziché essere “indispensabile allo sviluppo” della Maremma, della Maremma segnerebbe degrado e disarticolazione irreversibili.
Ma oggi l’insidia, forse più pericolosa che viene dalle Grandi Opere è quella dell’erosione costiera.
L’eldorado della speculazione sono oggi i porti turistici.
Dei 442 chilometri di coste toscane, 190 sono litorale sabbioso. Di questi ultimi, circa il 40% vengono erosi dal mare, soprattutto nelle aree vicine alle foci dei fiumi dove sono state realizzate opere a mare.
Negli ultimi anni si sono persi addirittura circa 180.000 mq di spiaggia.
Alla foce dell’Ombrone e a San Rossore l’erosione supera anche i 10 metri l’anno. Le spiagge a sud della foce del Magra e alla foce del Cecina e dell’Albenga, dove opere realizzate in mare hanno alterato l’equilibrio mare-fiume-costa, l’erosione ha superato il centinaio di metri, ma anche a San Vincenzo, Marina di Grosseto, Salivoli, Cala Galera, Marina di Campo, dove si sono verificate interferenze nel delicato equilibrio costiero, sono in atto processi erosivi.
Poi, scogliere parallele alla costa, costruite per contrastare l’erosione, l’hanno, di fatto, amplificata e spostata verso spiagge vicine come è accaduto a Follonica, Marina di Massa e Marina di Carrara, ed anche a Marina di Pisa dove i fondali all’esterno delle scogliere artificiali si sono abbassati fino a 7 metri.
Ma il “partito dei porti turistici”, incurante delle erosioni che provoca, si è gettato, ovunque si aprono spiragli alla speculazione, a progettare e costruire nuovi porti turistici o ad ampliare quelli già esistenti.
Esempi sono Cecina e Marina di Carrara.
A Cecina, dove sembra che non basti quello vecchio, si intraprende la costruzione di un Nuovo Porto Turistico: 800 posti barca, 2000 posti auto, Hotel 4 stelle, esercizi commerciali e Centro Commerciale, un centinaio di appartamenti e chi più ne ha più ne metta…
Qui, l’erosione costrinse, già negli anni ’70 – quando fu costruito il piccolo porto turistico – a spostare la strada litoranea verso l’interno. Si costruirono allora “pennelli” lungo la spiaggia che, come ovunque, si sono limitati a trasportare l’erosione sulle spiagge sottoflutto.
Tuttavia, oggi si costruisce un nuovo porto più grande.
Già i moli avevano stravolto gli equilibri e contrastato la naturale evoluzione del tratto terminale del fiume, provocando quella erosione, che il nuovo porto accentuerà e amplificherà per l’incremento delle strutture rigide sottocosta e per la modifica artificiale della foce che favorirà la formazione di una imponente barra con conseguente deposizione di sedimenti nello stesso letto del fiume, innalzandolo e trasformandolo in un fiume a “letto pensile”, rendendo così insufficienti tutte le opere di arginatura e le sezioni idrauliche di attraversamento dei ponti.
Per queste alterazioni, la corrente costiera, nel suo cammino verso sud est, acquisterà maggiore energia e capacità erosiva sottraendo sabbia anche nei fondali della costa tra il nuovo porto turistico di Marina di Cecina e San Vincenzo.
Gli eventi alluvionali ed erosivi che si sono verificati soprattutto negli ultimi decenni avrebbero dovuto consigliare di non cementificare le foci, conservare integre tutte le zone di golena lungo l’asta pianeggiante del fiume, evitare di costruire strutture rigide aggettanti in mare lungo tratti di costa bassa.
Non lo si è fatto: è facile prevederne le conseguenze.
Si avrà anche un aumento del rischio idraulico ed idrogeologico nelle zone in destra del fiume occupate dalla struttura portuale e da nuove edificazioni, lo stesso effetto avrà la cementificazione delle sponde nella parte terminale del fiume.
Inoltre, il banchinamento interno del porto turistico, per una lunghezza di costa di oltre un chilometro, costituirà di fatto una diga sotterranea al deflusso delle acque di falda e delle subalvee del fiume, con conseguente aggravio degli equilibri idrogeologici.
In definitiva: un disastro.
Il “Porto Turistico di Massa e Carrara” è la ripetizione di una speculazione più volte tentata e mai riuscita. Oggi Bellavista Caltagirone, con la connivenza dei sindaci di Massa e di Carrara, presenta di nuovo il progetto di un porto turistico a sud del porto di Carrara, tra la foce dei torrenti Carrione e Lavello. Ma il progetto – per le opere a mare – ricalca sostanzialmente quello previsto dal Piano Regolatore Portuale dell’Autorità portuale del Porto di Carrara nel 2001, progetto bocciato dal Ministero dell’Ambiente di concerto con il Ministero dei Beni Culturali e, se non bastasse, anche dal TAR.
Diciamo subito che il nuovo porto amplificherebbe gli effetti distruttivi in una costa già devastata dal porto di Carrara.
La spiaggia di Marina di Carrara praticamente non c’è più, quella di Marina di Massa, continuamente “ripasciuta”, quando c’è e quando non c’è (specie quando le mareggiate sono più violente del solito, il che, di questi tempi, è abbastanza frequente).
Oltre ai 1100 posti barca, servizi e parcheggi, il progetto attuale prevede decine di appartamenti, ristoranti, tutto quanto può servire alla “movida”, alberghi, centri commerciali e addirittura una torre di 8 piani.
Il Decreto che bocciava il progetto (oggi ripetuto) ne sottolineava il devastante impatto sotto i profili paesaggistico e ambientale, del rischio idrogeologico e dell’erosione, evidenziandone, tra l’altro, l’inaccettabilità della previsione dimensionale (peraltro inferiore a quella odierna) in un’area altamente urbanizzata caratterizzata da saturazione edilizia.
Come si vede: anche questo un disastro.
Ma le “Grandi Opere” mai vengono indirizzate alla tutela di beni ambientali e culturali a rischio.
Il Lago di Massaciuccoli – uno specchio d’acqua di grande bellezza e importanza naturalistica –, quello che ha ispirato e “musicato” le opere di Puccini, è oggi ridotto a una pozza inquinata, la cui profondità diminuisce di anno in anno, anche a rischio idrogeologico (pensiamo all’inondazione del Natale 2009, quando furono interrotte le comunicazioni dirette tra Versilia e Pisa).
Vedremo mai una “Grande Opera” salvare e tutelare questa ricchezza?
Antonio Dalle Mura – Presidente del Consiglio Regionale Toscano di Italia Nostra Onlus

Italia Nostra Crotone: "Le alluvioni in Italia: tragica fatalità o colpevole incuria"

Quando le esperienze del passato non insegnano a prevenire le emergenze future

Alla luce degli ingenti danni dovuti ai recenti eventi alluvionali della Liguria e dell’alta Toscana con numerose vittime e la devastazione dell’ambiente, è doveroso sviluppare alcune considerazioni sulla gestione del territorio nel Paese.
Tutti abbiamo visto le immagini del disastro. Abbiamo percepito come un evento meterorico sia pure di fortissima intensità ha causato in un tempo limitato delle devastazioni inimmaginabili. Ce ne chiediamo i motivi.
Sicuramente la cattiva gestione del territorio, inziata nel secondo dopo guerra, ormai cronicizzatasi e diffusa un po’ dovunque, ne è la principale responsabile.
Ma cosa avverrà dopo l’emergenza, affrontata efficacemente anche grazie a quella straordinaria risorsa del Paese costituita dai volontari?
L’esperienza ci dice che si tornerà alla normalità; dove normalità significa case costruite sugli argini o nei letti dei torrenti, discariche che ostruiscono i fiumi, opere pubbliche costruite in dispregio ad ogni minima regola di buonsenso idrogeologico.
Purtroppo, la piaga della cementificazione e del consumo del suolo unisce tutto il Paese.
Non è facile dimenticare le drammatiche conseguenze dell’esondazione dell’ Esaro, trasformatosi dopo alcuni giorni di forti piogge in un fiume impetuoso che il 14 ottobre 1996 ha travolto uomini/donne e cose, provocando sei vittime e danni incalcolabili al territorio crotonese.
Eventi dolorosi che hanno coinvolto negli anni anche altri luoghi della Calabria, regione notoriamente soggetta a frane ed alluvioni (uno sfasciume pendulo sul mare, la definiva Giustino Fortunato); eventi che avrebbero dovuto imporre agli amministratori pubblici una gestione oculata del territorio piuttosto che interventi dissennati sull’ambiente, con edifici costruiti finanche sui letti del fiumi, con massicci tagli forestali anche in aree protette, con l’abbandono di superfici agricole fertili per impiantare manufatti di ogni genere, in assenza di regole.
A parte l’imprevedibilità dei fenomeni metereorici, se le Amministrazioni pubbliche attivassero le pratiche per il Buon Governo del territorio si potrebbero almeno limitarne i danni.
Tra i punti fondanti per una corretta gestione del territorio calabrese non possono mancare: una continua manuntenzione del territorio, da monitorare con gli strumenti adeguati (piani di bacino e non semplici piani stralcio, piani strutturali comunali e non obsoleti programmi di fabbricazione), un’incisiva opera di forestazione e di controllo per fermare la distruzione del prezioso manto vegetale, formidabile collante dei soprassuoli, insieme al rispetto dei piani paesistici regionali e dei piani urbanistici locali.
Le conseguenze così drammatiche, in termini di vite umane oltre che di devastazione dei luoghi, dovrebbero essere tenute a mente dai responsabili delle Istituzioni e non solo durante le emergenze, quando è ormai troppo tardi, ma anche quando si decide di fare cassa attraverso i condoni edilizi, le svendite del patrimonio forestale, le concessioni edilizie in aree a rischio idrogeologico.……
A questo punto, sarà fondamentale il ruolo svolto dai cittadini, che dovranno prendere coscienza che il territorio non può essere gestito in modo disinvolto da persone interessate unicamente al proprio “utile”, senza seguire regole e norme, senza tenere nella dovuta considerazione i Beni Comuni.
Il territorio va adeguatamente e rigorosamente tutelato, innanzi tutto per proteggere la sicurezza delle famiglie, delle comunità e dell’ambiente.
Per non dover piangere altre vittime innocenti, per non dover subìre ulteriori danni al patrimonio naturale, culturale, al paesaggio.
Crotone, 6 novembre 2011
Teresa Liguori, Presidente sezione di Crotone

Comunicato stampa Italia Nostra su attacco Legambiente alla Regione Toscana

Firenze 28-10-2011

Ringraziamo molto Legambiente che con la conferenza stampa di lunedì scorso ha finalmente fatto chiarezza su quali siano i veri obbiettivi e gli scopi di quella che un tempo è stata un’associazione ambientalista.
Appare chiarissimo che la Legambiente odierna non sia per niente interessata alla tutela dell’ambiente e della biodiversità così come sancite e come previsto dalle politiche comunitarie, ma sia tutta protesa a difendere gli interessi delle industrie eoliche. D’altronde un paio di anni fa gli stessi responsabili dell’Energia Legambiente Toscana hanno individuato e indicato nel piano provinciale di Firenze proprio nel Mugello la sede adatta per produrre 300 MW da eolico che rappresentano un tetto ipotetico che la Toscana si era data da qui al 2020 da distribuire su tutto il territorio. Ora l’incredibile vicenda che ha registrato la presa di posizione in conferenza stampa di Cecilia Armellini, nel ruolo di responsabile della Commissione Energia Legambiente Toscana, e che è, come risulta dalla replica dell’assessore Bramerini, apparsa sul sito della Regione Toscana e su Greenreport, la rappresentante della Carpinaccio s.r.l. una delle società che fanno capo alla European Wind Farm che ha presentato e ottenuto l’avallo di (troppi) progetti eolici concentrati nella Provincia di Pisa, la dice lunga sui veri interessi dell’associazione che rappresenta. Ognuno tragga le proprie conclusioni!
La produzione da fonti rinnovabili in Italia è stata pari nel 2010 a 75,4 TWh circa il 22,8% del totale. Di questi il maggior contributo viene dalla fonte idroelettrica 15,3%, eolico e biomasse hanno prodotto il 2,7% , il geotermico l’1,5% e il solare lo 0,6% del totale. La richiesta totale di energia elettrica è stata pari a 330 TWh Dati GSE.
Ma il contributo da FER al bilancio energetico nazionale che è composto anche dai trasporti e dal riscaldamento riduce queste cifre a un terzo: così il contributo dell’eolico al fabbisogno complessivo di energia del Paese è attualmente pari a circa lo 0,9% nonostante le 6.000 torri già installate.
E se le ore di vento produttivo nel Paese sono circa 1580 l’anno, nella nostra regione il vento “buono” scende a 1252 ore. Molto al di sotto delle 2000 ore/anno, che sono un discrimine al di sotto del quale nessun paese europeo investe nell’eolico. Ma da noi sono talmente alti gli incentivi pagati per la poca energia prodotta da rendere questo mercato comunque appetibile.
La Toscana ha un paesaggio straordinario e degno di tutela, sarebbe criminale sacrificarlo per un piatto di lenticchie, come hanno sostenuto recentemente Mario Pirani dalle pagine nazionali di Repubblica, e più volte Salvatore Settis, Paolucci, Sgarbi, Petrini, Paolo Rumiz e gran parte dei rappresentanti della cultura italiana. Il dibattito è aperto sulla tutela del paesaggio e attualissimo riguardo alle opere infrastrutturali che s’intende realizzare, nella regione.
Quanto al risparmio di CO2 risulterebbe che l’impianto di Poggio Tre Vescovi, posto a cavallo tra Toscana ed Emlia Romagna, prendendo per buoni i dati dei progettisti, risparmierebbe nei prossimi 30 anni circa un centomillesimo delle emissioni globali di CO2, se queste restassero invariate.
Questo da’la scala dei problemi reali con le cosiddette energie alternative, e sul come si possa e si debba manipolare la pubblica opinione per far passare progetti sproporzionati come quello: 36 torri alte 180 m, con 18 km di nuova viabilità prevista in un paesaggio ancora intatto con strade romane e medievali.
Intendiamo invece dimostrare il nostro apprezzamento per l’enorme mole di lavoro di cui la Regione si fa carico, per analizzare i progetti presentati e dare la possibilità a tutti di esaminarli ed esprimere il proprio parere. La complessa procedura di VIA da la possibilità a tutti Soprintendenze, Enti, associazioni ambientaliste, cittadini, associazioni di categoria di fare osservazioni e grazie alla L.R.40 viene permesso al pubblico di poter assistere alle conferenze dei servizi esterne, un’opportunità che non esiste in altre Regioni. Trasparenza, competenza dei funzionari degli uffici, scrupolosità, di questo si fa lode alla Regione Toscana. La Regione già dispone fin dal 2004 di linee guida magistralmente redatte, che basterebbe solo fossero approvate dal Consiglio per diventare davvero cogenti, pur nel recepimento delle linee guida nazionali.
Riguardo poi all’incresciosa vicenda che vede coinvolta la sezione di Sestino, dichiaratamente favorevole all’impianto eolico di Poggio Tre Vescovi, abbiamo in più sedi e su organi di stampa, ribadito che tale sezione non rappresenta che se stessa e che è ormai delegittimata, sia dal direttivo regionale, sia dal Consiglio nazionale a parlare per conto di Italia Nostra, per cui si sta attivando la pratica di sospensione di tale sezione.
Italia Nostra Toscana ed Emilia Romagna hanno presentato le proprie osservazioni insieme a WWF di entrambe le regioni, arrivando persino a fare l’esposto alla magistratura di Arezzo sul chiaro conflitto d’interessi del Sindaco di Badia Tedalda, possessore insieme al fratello di più del 50% dei terreni dove sarebbero sorte le pale eoliche.
Un impianto bocciato oltre che dalle Regioni Toscana ed Emilia Romagna sia dal Ministero per i beni culturali, che ha recepito i pareri contrari delle due Soprintendenze regionali, dalla Provincia di Arezzo, dal Comune di Sestino, e che ha visto favorevoli solo i comuni interessati e le comunità montane.
Italia Nostra si è sempre battuta contro impianti di queste dimensioni, anche per gli impianti di monte Faggiola, Firenzuola, Pontremoli e la sequela di tutti gli altri fortunatamente bocciati finora, per gli impatti devastanti sul paesaggio, sugli aspetti naturalistici e sulla salute dei cittadini (le torri producono un rumore pari a 100 decibel) superiore a ogni soglia consentita dalla legge.
Per dire dell’avversione di Italia Nostra all’eolico industriale, solo in Toscana abbiamo sostenuto negli anni ben tre ricorsi al Tar, a fianco di privati cittadini, come a Scansano, o a fianco del WWF come a Montecatini Valdicecina e a Riparbella, e si annuncia un prossimo ricorso contro l’impianto eolico previsto a Zeri, il paese tanto devastato dall’alluvione di questi giorni dove è palese che in un contesto di tale dissesto idrogeologico sia impensabile creare infrastrutture imponenti tra viabilità, piazzole e plinti di cemento necessari a supportare impianti industriali di inusitate dimensioni.
Mariarita Signorini Responsabile comunicazione Toscana e membro del gruppo energia Italia Nostra nazionale

Solidarietà alle popolazioni colpite dall'alluvione in Liguria e Toscana, biasimo per la legge regionale Liguria

E' gravissimo l'attacco a un territorio fragile come quello della Liguria portato avanti con una legge folle approvata durante l'estate, nel silenzio assordante dei media: il regolamento regionale numero 3 del 2011 della Regione "che ha ridotto da 10 a 3 metri le distanze minime di edificazione lungo i corsi d'acqua".
Come al solito ogni anno alla prima pioggia ci ritroviamo a contare i morti che sono sette per ora, ma ci sono ancora otto dispersi, e poi i feriti, i danni alle abitazioni e a interi paesi, quest'anno è davvero una strage. 
Ringraziamo per questo la cattiva amministrazione, la mancanza di manutenzione, i boschi in abbandono, o addirittura ormai inesistenti, a Mulazzo sta crollando un intero paese, a Vernazza è crollato un intero bosco  di querce secolari.
Edilizia senza alcun rispetto della morfologia del territorio, abusivismo, cementificazione più o meno autorizzata, tagli drastici alla protezione civile, è davvero un bollettino di guerra.
La beffa maggiore è vedere devastati le strade e i ponti appena inaugurati dopo l'alluvione dello scorso anno. Alla foce del Magra, negli anni 60 /70 è stato costruito l'intero borgo di Fiumaretta in zona golenale e da sempre soggetta ad alluvionamento. Recentemente è stata costruita una darsena a Bocca di Magra che, oltre a deturpare il paesaggio, costituisce un vero e proprio pericolo al deflusso delle acque. E il previsto scolmatore non è stato fatto a causa di chi, a tutti i costi, vuole la grande speculazione del progetto Marinella, nella zona Parco di Monte Marcello Magra, che oltre alla darsena, prevede interventi immobiliari di rilievo, per case vacanza collegate ai posti barca.
Il letto del fiume è stato impoverito da anni e anni di prelievo delle sabbie e degli inerti, aumentandone la velocità e la pericolosità delle acque.Manca ancora la carta del rischio che ogni comune dovrebbe redigere. L'Autorità di bacino ha stabilito regole precise che andrebbero rispettate per la sicurezza idraulica.
Per prima cosa il ponte della Colombiera un ponte girevole già pericoloso di per sè, e che era troppo basso e doveva essere rifatto, mentre invece è crollato due volte di seguito per due diverse alluvioni. Si prevedrebbe la costruzione di argini imponenti, che però sono stati ostacolati sempre a scopi edificatori

Mariarita Signorini responsabile comunicazione Italia Nostra Toscana
Consigliere nazionale

Tozzi e Mercalli sull’alluvione: No Tav, sì messa in sicurezza del territorio

Fonte: NewNotizie
Di: Giovanna Fraccalvieri

Al lupo, al lupo! «Dopo la tragedia tornerà il sole e anche questa volta ci si dimenticherà di tutto». Con queste parole il metereologo Luca Mercalli e il geologo Mario Tozzi commentano all’unisono quanto avvenuto in questi giorni in Liguria e in Toscana.
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