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Geotermia e centrali, se l’energia impatta il “brand” Toscana

Fonte: StampToscana, 12/10/2015
Di: Stefania Valbonesi

Radicondoli (Siena) – Giungere a Radicondoli (provincia di Siena) è già di per sè un’esperienza. Mistica, se vogliamo. Perché tutto quello che colpisce gli occhi, le orecchie, il gusto, l’olfatto, è così splendido da far venire a chiunque quella malinconia che solo la bellezza, quella vera senza aggettivi, fa venire. Ebbene, fra poco, se qualcuno non interverrà, se la Regione non ritratterà su alcune scelte già compiute, se la protesta della popolazione verrà tenuta in dispregio, se un’economia rispettosa del territorio e di grande fascino che sta portando occupazione e risollevando un intero territorio verrà ritenuta di poco conto e sacrificabile, se tutto questo avverrà, nell’Alta Val di Cecina, fra un filare di cipressi e uno di ulivi, si incardineranno le “torri” di svariate centrali. E, a Radicondoli, incombe anche il progetto “Lucignano”, vale a dire una delle 10 centrali “pilota” previste sul territorio nazionale.
Perché? Ecco qua: se andrà avanti ciò che è ormai atteso, fra Radicondoli, Montecastelli Pisano, Colle Val d’Elsa e Castelnuovo Val di Cecina sorgeranno torri e tubi.  Infatti, l’area è ricompresa nel progetto “Mensano”. In quest’area specifica sono stati richiesti i permessi di ricerca di risorse geotermiche per tre pozzi esplorativi: il pozzo TM1 in località Tesoro (Radicondoli, Siena), il pozzo TM2 nel podere Love, Casole d’Elsa, e, più lontano ma sempre nell’area Mensano, il pozzo TM3 in località Pignano, Volterra (Pisa). Non solo. Mentre si procede con i metodi tradizionali di richiesta di permessi per la ricerca e pozzi di “sondaggio” per scoprire e sfruttare eventuali risorse, fra Radicondoli e il corso d’acqua Lucignano, insiste il progetto pilota chiamato appunto “progetto Lucignano”.
Geotermia, dunque, che, assicurano le imprese richiedenti i permessi,  verrebbe a significare centrali a ciclo binario. Metodo già sperimentato, ad esempio, in Baviera. Centrali a ciclo binario, esattamente come quelle di cui parlano le grandi imprese che si sono gettate sulla nuova frontiera dell’energia.  E tuttavia, è necessario ricordare  il rischio “sismicità”. Un rischio ritenuto risibile per molti. Un rischio che tuttavia lo stesso Erwin Knapek, ex sindaco di Unterhaching dove c’è una centrale geotermica di questo tipo a ridosso di Monaco, non esclude, anzi: semplicemente parla di rischio “accettabile”. Non la pensano così in Svizzera, nel paese di San Gallo, dove avevano previsto di utilizzare una centrale geotermica a ciclo binario in buona parte per il teleriscaldamento. Ebbene ora presso il paese c’è un pozzo profondo circa 4mila metri. Un foro di cui nessuno sa cosa fare. Perché quando cominciarono a costruire la centrale, si scatenò un sisma di magnitudo 3,5 oltre a una fuoriuscita di gas. Tutti fermi.
Ripartiamo dall’inizio e dalla Toscana. L’inizio, per i comuni toscani della zona della geotermia, in particolare Larderello, comincia nello scorcio fra 800 e 900 quando calore e gas si trovavano praticamente a livello della superficie del suolo. Ma col passare del tempo, si cominciò a scavare sempre più in profondità e a allargare l’area di ricerca. Perché?
Per capire bene la situazione è necessario avere qualche informazione sulle centrali geotermiche e sul loro funzionamento. Nelle centrali che chiameremo “tradizionali” si sfrutta la pressione esercitata dal vapore contenuto negli  acquiferi geotermici per muovere una turbina che è accoppiata a un generatore. Gli acquiferi di tal fatta sono denominati a vapore dominante. La pressione dei geyser è così forte da spingere i vapori a un’altezza dai 20 ai 70 metri. L’intervento dell’uomo va nel senso di incanalare questa enorme potenza dirottandola verso una turbina a vapore che sviluppa una quantità molto grande di energia. Ed è questo il tipo diffuso in Toscana, precisamente a Larderello. Negli anni 40 l’Italia era già in grado di mettere in atto questa tipologia, che produceva 132 MW.
Ci sono poi gli acquiferi detti ad acqua dominante e sono quelli che producono acqua calda. Questi ultimi sono impiegati  per alimentare centrali a flash o a separazione. Ecco il meccanismo: l‘acqua, la cui temperatura varia da circa 180 a 370 °C, arriva in superficie tramite i pozzi e, poiché passa rapidamente dalla pressione di serbatoio a quella dell’atmosfera, si separa (flash) in una parte di vapore, che è mandato in centrale, e una parte di liquido che è reiniettato in serbatoio.  La maggior parte dei campi geotermici del mondo, tra i quali anche quelli di Travale e dell’Amiata, appartengono a questa tipologia.
Per serbatoi o acquiferi  che producono acqua a temperature moderate (tra i 120 e i 180°C), la tecnologia del ciclo binario è la più redditizia. In questi sistemi il fluido geotermico viene utilizzato per vaporizzare, attraverso uno scambiatore di calore, un secondo liquido (ad esempio isopentano), con temperatura di ebollizione più bassa rispetto all’acqua. Il fluido secondario si espande in turbina e viene quindi condensato e riavviato allo scambiatore in un circuito chiuso, senza scambi con l’esterno. Il fluido geotermico, dopo aver attraversato lo scambiatore, torna al pozzo di reiniezione per essere ripompato in serbatoio. Una metodologia che per molti va a intaccare incrinandolo l’equilibrio naturale della terra. Da qui, il sospetto (per gli svizzeri così fondato che hanno stoppato tutto il progetto tenendosi il buco) che si manifestino attività sismiche nello “scambio”.
In tutto questo, un problema enorme è quello dell’acqua.  In particolare se si parla del primo sistema, quello a vapore dominante, è necessario mettere in conto che i soffioni si esauriscono, i pozzi “muoiono”, la spinta che è quella che produce energia finisce. Ciò significa due cose: una, la necessità di andare a scavare sempre più a fondo (4mila metri, allo stato attuale, è considerato più o meno normale, si arriva anche a 5mila metri e oltre) due, non si tratta di energia rinnovabile. Solo per fare un esempio dell’ingente consumo di acqua che richiede lo sfruttamento dei pozzi, le strutture geotermiche di Larderello, per funzionare, devono ricevere acqua dai territori circostanti, perché, come dice un tecnico, “le rocce si sono seccate”. Nello specifico, l’acqua proviene da un acquedotto che conduce il prezioso liquido da Montalcinello a Larderello.
Quella della sismicità o dell’acqua sono solo alcune delle criticità, per i comitati che si sono creati e che stanno dando battaglia fra l’Amiata, Radicondoli, Castelnuovo, Casole d’Elsa e Montecastelli Pisano. Altro grande problema, quello delle immissioni nell’aria: secondo lo studio di Medicina Democratica su dati Arapt, le 32 centrali geotermiche presenti fra l’Amiata e l’area Larderello-Travale-Montieri (i dati sono del 2010, manca la centrale di Chiusdino inaugurata nel luglio 2011) emettono 28.599.575 kg. annui di acido solfidrico, 264,26 di arsenico, 3.360 di mercurio, 69.944 di acido borico.
Ma la questione nell’area di Radicondoli-Casole d’Elsa è ancora più complicata, e vede  il Comitato Difensori della Toscana che raccoglie le istanze e le richieste dei cittadini vicino ai sindaci schierati a difesa di uno sviluppo che, cominciato in sordina, sta cominciando a dare i suoi frutti in questi ultimi anni. E che verrebbe del tutto compromesso dalla costruzione di queste strutture, impattanti e stravolgenti di un paesaggio che ha pochi eguali al mondo: sia per biodiversità floreale e faunistica, sia per bellezza dei paesaggi, sia per la ricchezza e unicità di testimonianze storiche.
Proprio questo territorio, area che, comprendendo anche l’Amiata, arriva a essere quasi come la Val d’Aosta, è stato messo in “vendita” in seguito alla liberalizzazione del 2010 che ha scalzato Enel dal ruolo di “monopolista” della geotermia toscana. Infatti, in seguito alla liberalizzazione, il territorio italiano è stato diviso in “zone” di ricerca, o meglio, aree su cui i gruppi di ricerca e sfruttamento dei fluidi geotermici possono richiedere “permessi di ricerca”. Le aree interessate sono in buona sostanza quasi tutte nell’Italia Centrale, in particolare in Toscana.
La questione che ci interessa, quella dell’area  che comprende Radicondoli e Montecastelli, Castelnuovo Val di Cecina e Casole d’Elsa, è del tutto particolare. Infatti, abbiamo visto che i permessi di ricerca con pozzi esplorativi sono tre, più, per Castelnuovo Val di Cecina, un permesso di Ricerca di Risorse Geotermiche finalizzato alla sperimentazione di Impianti Pilota. L’istanza, (http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/info/impianti_pilota.asp), è stata accolta (l’aggiornamento è dell’agosto 2015). L’operatore, in questo caso ToscoGeo (Magma più Graziella) ha chiesto il permesso non solo per Castelnuovo, ma anche per Montalfina e Monte Rubiaglio. Tre pozzi esplorativi che potrebbero trasformarsi in centrali, in una zona che già ha una lunga storia di centrali geotermiche e perforazioni.
Ma occupiamoci del progetto Lucignano, sotto Radicondoli, quello della centrale “pilota”. A spiegare la questione, Giovanna, segretaria del Comitato Difensori della Toscana, con Lorenzo e Luca, altri due membri dell’associaizone di cittadini, residenti sul territorio. In tutto l’ambito nazionale ci sono 10 progetti per centrali geotermiche definite “Pilota”, ci informa il comitato: dal 2013 queste particolari centrali non seguono procedure regionali, ma sono di competenza di due ministeri, il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero dell’Ambiente. Ed ecco cosa hanno di diverso dalle altre centrali: si tratta di progetti sperimentali che seguono un iter facilitato e quando entrano in produzione ricevono contributi economici altissimi, anche se sostanzialmente sono uguali alle centrali a ciclo binario che le varie Magma, Gesto, Toscogeo, ecc. vorrebbero costruire un po’ in tutta Italia. Si parla di un giro di circa 5 (c’è chi parla di 8)  miliardi di incentivi.
Su questa centrale c’è già un piccolo giallo. Infatti, parrebbe che la richiesta di permesso di ricerca sia stata rigettata dal Ministero Sviluppo Economico, vale a dire da uno dei due attori cui spetta decidere sulla questione. Del resto, la richiesta di permesso è sparita dal sito del Mise, nel luglio scorso. Da annotare che il progetto “Lucignano” figurava dal 2010 nella lista degli impianti pilota nazionali. Ma se sparisce dalla lista del Mise, sul sito del Ministero dell’Ambiente, ecco là ancora il progetto con tanto di cartine e immagini su come sarà realizzato (http://www.va.minambiente.it/it-IT/Oggetti/Info/1561).
La richiesta concerne il permesso di ricerca di risorse geotermiche finalizzato alla sperimentazione dell’impianto pilota denominato “Lucignano”. “Il progetto prevede – si legge – la realizzazione di un impianto di produzione di energia elettrica alimentato dal liquido geotermico estratto da 3 pozzi di produzione e re-iniettato nel sottosuolo in altri 2 pozzi, delle condotte per il convogliamento del fluido geotermico di lunghezza 4,284 km e dell’elettrodotto interrato di connessione alla rete elettrica ENEL di lunghezza 9,358 km”. Richiedente: Lucignano Pilot Project S.r.l. Da ricordare che era stato il CosVig assieme alla società Geonergy a presentare nell’agosto del 2011 due istanze di permessi di ricerca per risorse geotermiche, finalizzati alla sperimentazione per altrettanti progetti pilota, con potenza inferiore a 5 MW, al Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), come previsto dal Dlgs.22/2010. Ricordiamo anche che in data 28 novembre 2013 Co.Svi.G. e Geoenergy hanno dato vita alla Lucignano Pilot Project Srl – LPP.
A complicare la vicenda entra anche un’altra questione, quella della moratoria che il presidente Rossi mise in atto nel corso delle ultime votazioni regionali. Moratoria conclusasi il 24 agosto scorso. Da allora, le società sono tornate alla carica. Ed è dell’ultimo consiglio regionale 7 ottobre 2015, una risoluzione del Pd sulla geotermia che dovrebbe dare una sistemazione chiara a tutto il settore, “dando piena attuazione al protocollo d’intesa approvato nel novembre 2013, sottoscritto con Rete Geotermica toscana di cui fanno parte alcuni operatori titolari dei permessi di ricerca per la realizzazione di impianti per la produzione di energia a media entalpia a ciclo binario”. Punto cardinale, predisporre “il prima possibile”, e di concerto con le istituzioni locali, le indicazioni previste dal Paer (Piano ambientale energetico regionale) per definire il “numero massimo dei pozzi esplorativi da concedere”, i “criteri e i parametri per la loro corretta distribuzione sul territorio”, tenendo conto delle “prescrizioni” del Pit (Piano di indirizzo territoriale) con valenza di Piano paesaggistico e specificatamente riferite alle zone di produzione agricola ad alto valore qualitativo, per il “corretto inserimento degli impianti” e per “spingere i concessionari ad utilizzare le tecnologie più avanzate in termini di sostenibilità”. E dar vita alla cosiddetta “zonizzazione”.
Una risoluzione che alimenta più dubbi che tranquillità nei cittadini dell’area interessata sia dai pozzi “esplorativi” che dal progetto Lucignano (anche se quest’ultimo, come viene spiegato più avanti, c’entra ben poco, in quanto di competenza ministeriale). “Se anche Rossi volesse tornare sui suoi passi, perlomeno per quanto riguarda un territorio che ha già dato ampiamente per quanto riguarda pozzi e strutture geotermiche, esiste tuttavia un accordo già firmato con la Rete Geotermica Toscana”. Rete che è un’associazione di imprese che raccoglie alcune delle società (come Graziella Green Power, Sorgenia, Geoenergy, Toscogeo, Gesto Italia e Magma Energy Italia) titolari di alcuni permessi di ricerca rilasciati in Italia, e in Toscana, per lo sviluppo della nuova geotermia, dopo la liberalizzazione del mercato del 2010. Insieme a questi operatori, fanno parte delle Rete Geotermica anche soggetti industriali specializzati nella progettazione e realizzazione di impianti della filiera geotermica.
Ma se la questione del protocollo firmato con la Rete Geotermica riguarda comunque permessi che si rivolgono alla competenza regionale e dunque attengono alla geotermia “tradizionale”, il progetto Lucignano riguarda la corsia “veloce” del governo, “giallo” compreso. E da Roma giungerebbero voci che le imprese stiano tentando di trovare un’alternativa (un accordo?) al rigetto del Mise.
“La cosa più sbalorditiva – concludono i membri del Comitato Difensori della Toscana – è che si interviene con decisioni calate dall’alto nel mezzo di un territorio con una propria precisa fisionomia economica in sviluppo, che verrebbe irrimediabilmente spezzata”. Una fisionomia economica, sia detto per inciso, che accoglie proprio uno dei temi portanti del “brand” Toscana, quello dell’agricoltura d’eccellenza, del biologico, dello slow food. Del paesaggio. Ma qual è la priorità, allora?… “Ma perché non si fa almeno una valutazione d’impatto economico, prima di prendere una decisione simile?” si chiedono i Difensori della Toscana e tutti i cittadini della zona. Fra i tanti elementi, infatti, ce n’è anche uno che rischia di penalizzare ulteriormente gli investitori che hanno scommesso su questa parte della Toscana (e sono tanti): i valori immobiliari, già ora, sono fra i più bassi dell’intera regione.
Ed ecco un altro dato interessante: nel solo Comune di Casole d’Elsa, che ha conosciuto uno sviluppo intensissimo per quanto riguarda il turismo nell’ultimo anno (150mila presenze), gli occupati del settore turistico sono 600. Con grandi possibilità di crescita. Un risultato che verrebbe spazzato via se, fra un filare di cipressi e una vigna, un’oliveta e un’antica villa, spuntassero le “torri” delle centrali. Non stupisce perciò che il referendum organizzato dal comitato Difensori della Toscana  fra la popolazione di Casole abbia visto il 93% dei cittadini pronunciarsi contro lo sfruttamento industriale dell’energia geotermica sul territorio.
Foto: http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/geotermia/titoli/toscana-umbria.pdf

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Terme di Petriolo: rischi per l’antico monumento e ora anche per i bagnanti

Fonte: Italia Nostra

Italia Nostra dichiara la propria disponibilità a tentare di salvare il complesso storico e aprirà immediatamente un confronto con proprietà e Autorità di tutela.
Pronto l’esposto alla Procura della Repubblica di Siena, ma Italia Nostra
ne sospende l’invio nell’intento di recuperare l’importante sito
archeologico e  termale.

Terme di Petriolo: area di balneazione nel degrado

Terme di Petriolo: Il tratto di mura più compromesso pressato dalla strada di cantiere

Terme di Petriolo: qualità delle rifiniture e stato dei bagni

Si accendono di nuovo i riflettori sul caso Bagni di Petriolo per la richiesta di far luce su eventuali violazioni delle normative vigenti, al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. Dalla perizia fatta  eseguire lo scorso mese di luglio da Italia Nostra Siena e Amici Bagni di Petriolo riteniamo che non siano state rispettate pienamente le prescrizioni che la Soprintendenza per i Beni Architettonici e  Paesaggistici di Siena e Grosseto aveva dettato nel luglio 2013 a Unipol, proprietaria dell’area e della chiesa, ad ANAS e alla ditta costruttrice Strabag a tutela dello storico complesso Bagni di Petriolo, per la costruzione del nuovo viadotto sul Farma (nel bacino dell’Ombrone) proprio a ridosso delle terme. I sopralluoghi hanno rilevato che gli interventi sulla chiesa e alle sottostanti vasche hanno carattere provvisorio, spesso incompleto e la messa in sicurezza della cinta muraria a lato del fiume è stata rimandata a data da definirsi.
Le prescrizioni della Soprintendenza.
Oltre al preventivo invito a realizzare la strada di cantiere lontano dai beni tutelati, venivano prescritti l’installazione di strumenti di monitoraggio per registrare le vibrazioni del terreno (ora disattivati) interventi di messa in sicurezza e manutenzione delle antiche strutture, l’adozione di presidi di protezione come puntellamenti, misure anti-urto, e antivibrazioni delle pavimentazioni.
Veniva disposto, inoltre, di regolare la velocità massima e il numero massimo giornaliero di passaggio dei mezzi di cantiere. Tutte le misure di prevenzione dovevano essere compiute prima dell’inizio dei lavori in modo da prevenire ed evitare dissesti ai beni tutelati, non a registrarli a danno avvenuto. Invece, i lavori e il passaggio di pesanti camion sono continuati senza interruzione, mentre gli interventi di messa in sicurezza sono stati rimandati, parzialmente eseguiti o nemmeno iniziati.
Il risultato è che oggi tutto lo storico complesso è a forte rischio e la situazione non potrà che aggravarsi ancora: nei prossimi mesi è previsto infatti un aumento del traffico pesante dei mezzi impegnati nella demolizione dell’attuale viadotto, con conseguenze per il complesso che potrebbero essere fatali. Per queste ragioni nell’estremo tentativo di salvare il complesso monumentale, Italia Nostra giocherà ogni carta a sua disposizione a partire dalla richiesta di un incontro urgente con UNIPOL proprietaria dell’area, con le autorità preposte alla pubblica incolumità, con gli enti locali con lo stesso Ministero per i beni culturali e il turismo.
Cenni storici
Le Terme di Petriolo erano già conosciute dall’epoca etrusca e romana, ma iniziarono a esser attrezzate come stazione termale nel Medioevo, esattamente nel 1266, per iniziativa della Signoria di Siena. Già allora Petriolo era una località molto conosciuta e assunse un notevole prestigio tanto che la sua fama si estese anche all’estero. Le Terme erano frequentate da personaggi della famiglia dei Medici e dei Gonzaga, oltre che da papa Pio II. Fu dunque costruita la cinta muraria intorno al borgo di Petriolo per salvaguardare il luogo da invasioni e garantire gli ospiti illustri. Nel tempo il sito perse d’importanza ma alla fine degli anni ’70 fu parzialmente riutilizzato. Nel 1980 iniziarono i lavori per costruire un nuovo impianto termale entrato in funzione nel 2000.
La situazione attuale
Gestito da una società controllata dall’Amministrazione pubblica, oggi il sito, soprattutto a causa della costruzione del nuovo viadotto, si presenta in una condizione di forte degrado. Eppure le terme di Petriolo si trovano in un territorio di grandissimo pregio paesaggistico, il bacino dell’Ombrone, lungo il corso del fiume Farma e l’omonima Riserva Naturale a circa 30 km a sud di Siena, tra boschi rigogliosi a pochi passi anche dalla vicina Riserva Naturale del Basso Merse. L’area è nel confine dei comuni di Monticiano (dove sono situate le Terme) e Civitella Paganico, rispettivamente in provincia di Siena e Grosseto. L’insediamento termale storico era costituito da una serie di manufatti. Le terme medievali composte da quattro vasche coperte da volte eranosituate sotto una chiesa con un piccolo campanile e affacciate sul corso d’acqua. Parte della cinta muraria è stata abbattuta decine di anni fa per permettere l’allungamento della strada provinciale; una parte è ben conservata; alcuni tratti sono invece in cattivo stato. In particolare le mura versano in condizioni strutturali molto rischiose a ridosso del fiume e in prossimità della strada di cantiere, sia in relazione a evidenti fenomeni erosivi, sia per gli spostamenti di terra e le conseguenti pressioni sul terreno della strada di cantiere. Nella cinta vi sono alcune torri tra cui una di maggior dimensioni che fino a qualche decennio fa è stata utilizzata come residenza religiosa. Oggi versa in grave stato di abbandono.
Nonostante la particolarità di questo sito – il complesso è un raro esempio di stabilimento termale fortificato – la sua vocazione storica viene totalmente ignorata.
Una risorsa per il territorio
Italia Nostra e gli Amici dei Bagni di Petriolo, invece, hanno sempre sostenuto l’importanza di questo bene storico e invocato la necessaria tutela e conservazione attraverso mirati interventi di restauro e riqualificazione dell’impianto, mettendo a sistema l’offerta storico-culturale e naturalistica che il sito offre per attirare un pubblico sempre più ampio all’interno di una straordinaria Riserva Naturale.

“Pane di ferro”, la ferrovia dimenticata Poggibonsi-Colle

Vi invitiamo a partecipare allo spettacolo “Pane di Ferro”, storia della tratta ferroviaria ora dismessa Poggibonsi-Colle, in programma il 13 settembre  a Siena all’interno dell’Estate Senese.

A tutta Siena! Spettacolo sulle ferrovie dimenticate

Riceviamo dal Teatro delle Stanze la segnalazione del cartellone dell’ Estate Senese. In programma il 13 settembre c’è il loro spettacolo “Pane di Ferro”, storia della tratta ferroviaria ora dismessa Poggibonsi-Colle.

 

Un ricco programma di eventi anima la città per la stagione estiva.
Spettacoli teatrali, musica, cinema, visite guidate e altri appuntamenti per un cartellone realizzato grazie alla collaborazione tra le istituzioni senesi e le molte realtà locali operanti nel settore della cultura.
Cliccate qui per il programma consultabile on line
Cliccate qui per la versione scaricabile

Il caso Santa Maria finisce in Parlamento

Fonte: Qui Siena

Il Senatore D’Ambrosio Lettieri ha presentato un’interrogazione
al Ministro dei Beni Culturali

La settimana dello Sport al Santa Maria finisce in Parlamento. Il Senatore D’Ambrosio Lettieri ha presentato un’interrogazione al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Il Senatore, nell’interrogazione definisce il contesto “riluttante” e ” da balera”. Ecco, di seguito, il testo dell’interrogazione:
“Premesso che:

  • Santa Maria della Scala è un complesso museale di Siena, situato in piazza del Duomo, davanti all’omonima cattedrale. È stato uno dei più antichi e grandi ospedali europei, nonché uno dei primi xenodochi ed oggi, esaurite le proprie funzioni sanitarie, rappresenta uno dei più importanti centri museali e culturali della regione;
  • il complesso ospita una serie di collezioni che vanno dall’antichità (Museo archeologico nazionale nei sotterranei) all’epoca moderna, alternando ambienti monumentali e corridoi angusti, intrecci di gallerie scavate nel tufo e grandi spazi voltati a mattoni;
  • nei suoi 350.000 metri cubi d’estensione (di cui 13.000 metri quadrati in pianta aperti al pubblico) si trovano quindi svariate testimonianze storico-artistiche, che possono essere lette come una sintesi della città e della sua storia, coprente un arco di circa mille anni.
  • al suo interno vi spicca il celebre “Pellegrinaio”, ambiente monumentale contenente uno dei più importanti cicli di affreschi del Quattrocento senese, a cui hanno lavorato Domenico di Bartolo, Pietro d’Achille Crogi, Priamo della Quercia, Lorenzo Vecchietta e, dopo il 1570, Giovanni di Raffaele Navesi;

considerato che:

  • nei giorni scorsi, dal 3 al 5 marzo, all’interno del suddetto Museo, si è tenuto un evento di pilates e zumba denominato SSW-SMS (Siena Sport Week-Santa Maria della Scala);
  • a parere dello scrivente, tale evento ha profanato ed umiliato un luogo -che per secoli ha rappresentato il dolore, la malattia e la morte di moltissime persone- a ritmo di musica moderna ad altissimo volume;
  • si è potuto assistere ad uno spettacolo riluttante, da “balera”, a stretto contatto con le opere d’arte della civiltà senese;
  • a giudizio dell’interrogante, la scelta dell’istituto MPS (Monte dei Paschi di Siena) di sponsorizzare l’evento sopraccitato non giova assolutamente all’immagine di quest’ultimo, considerati anche gli ultimi sviluppi dell’inchiesta in corso a suo carico,

chiede di sapere:

  • quali orientamenti intenda esprimere, in riferimento a quanto esposto in premessa e, conseguentemente, quali iniziative voglia intraprendere, nell’ambito delle proprie competenze, affinché non si ripetano iniziative di questo calibro all’interno di un monumento che rappresenta le eccellenze territoriali di un’italianità medievale”.
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