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Tutti a Mirandola, domenica!

Fonte: Buonenotizie.corriere.it
Di: Tomaso Montanari

I vigili del fuoco e la signora Nicoletta Vecchi Arbizzi con la cornice barocca salvata

Ad un anno dallo straordinario 5 maggio 2013 all’Aquila, domenica  la comunità del patrimonio culturale tornerà a riunirsi: questa a volta a Mirandola, nel cratere del terremoto che due anni fa sconvolse l’Emilia. Perché proprio lì? Perché è urgente ripetere proprio lì il messaggio che scaturì dalla giornata aquilana: e cioè che il vero valore in gioco non è il restauro di alcuni oggetti, ma la sopravvivenza del rapporto tra la comunità e i suoi monumenti. Gli storici dell’arte non studiano solo delle ‘cose’, ma il rapporto tra l’uomo e queste cose, nel tempo. In Italia non sarà forse mai possibile evitare che i terremoti uccidano e distruggano i monumenti: ma invece possiamo far sì che essi non cancellino il legame vitale tra una comunità e il suo territorio: fatto di paesaggio e patrimonio artistico.

Il centro di raccolta di opere mobili a Sassuolo

E se in Emilia è stata veloce ed efficiente la ricostruzione dei capannoni e delle case, la gran parte dei duemila edifici storici colpiti dal terremoto sta ancora aspettando di essere restaurata. Un’ondata di demolizioni affrettate e poi un precoce oblìo rischiano di far passare l’idea che in fondo si vive bene anche senza quei punti di riferimenti identitari e culturali che sono i luoghi storici monumentali: campanili, chiese, palazzi.
Dopo due anni, siamo alla vigilia dell’approvazione dei primi progetti per il restauro di questi monumenti, e c’è la fondata preoccupazione che venga messo in pratica lo slogan che dominava il Salone del Restauro di Ferrara dell’anno scorso, che era Dov’era, ma NON com’era. Secondo una discutibile e macabra retorica, il terremoto avrebbe dato un’ ‘occasione’ per svecchiare il tessuto dei centri storici emiliani: e dunque via libera alle speculazioni, alle modifiche, gli abbattimenti, alla pittoresca ‘ruderizzazione’ dei monumenti. Si fosse fatta questa scelta dopo la Seconda Guerra Mondiale, oggi non avremmo il Ponte a Santa Trinita a Firenze, il Tempio Malatestiano a Rimini, l’Archiginnasio a Bologna e moltissimo altro.

Ecco come si presenta oggi la Chiesa del Gesù a Mirandola

Invece, ed è una gran buona notizia, esiste un popolo che andrà a Mirandola a dire che i cittadini rivogliono tornare a vedere i connotati storici della loro terra. Perché senza quel contesto, il testo della nostra vita individuale e sociale ha meno senso. E non è una pretesa intellettualistica di un élite, come dimostra bene una storia di Mirandola.
Uno degli episodi più luminosi del post-sisma è stata la creazione, all’interno del Palazzo Ducale di Sassuolo, di un Centro di raccolta e cantiere di primo intervento sulle opere mobili danneggiate: un centro organizzato in modo esemplare, coordinato da Stefano Casciu, soprintendente di Modena . Perché le soprintendenze – proprio quelle spesso vilipese, e che l’attuale governo ha appena annunciato di voler «accorpare» – quando sono messe in grado di farlo, funzionano molto bene.

Le cornici barocche al sicuro nel capannone industriale

Ma accanto al lavoro delle soprintendenze, c’è stata anche una mobilitazione dal basso: di quei cittadini che hanno a cuore il loro patrimonio. A Mirandola una delle chiese più colpite è stata quella del Gesù, ancora non messa in sicurezza (e la cosa sta diventando scandalosa) e dunque ancora colma di macerie e di opere e arredi sacri più o meno distrutti, certo costantemente in pericolo. Qui il 30 luglio del 2012 i Vigili del fuoco hanno coraggiosamente recuperato tre monumentali cornici lignee barocche (veri e rarissimi capolavori nel loro genere): ed esse sono state immediatamente ‘adottate’ dall’associazione la Nostra Mirandola, che dal 2001 teneva aperta la chiesa, prendendosene cura. L’indomita e generosa presidente dell’associazione, la signora Nicoletta Vecchi Arbizzi, ha trovato loro un provvisorio, ma sicurissimo e gratuito, domicilio nel capannone di un generoso concittadino industriale: e se ne è presa cura, non senza suscitare qualche comprensibile gelosia negli organi di tutela.
Un capannone che ospita tre opere barocche: ecco un simbolo potente. Che significa che non c’è alcuna opposizione tra l’Emilia operosa e imprenditoriale e l’Emilia dei monumenti da salvare: sono due facce essenziali della stessa comunità. Il miglior modo per spiegare che salvare il patrimonio culturale vuol dire salvare il futuro, non il passato. Ecco, dopodomani in tanti saremo a Mirandola per dire che la signora Nicoletta e la sua associazione non sono soli: siamo in tanti a chiedere che quella essenziale faccia dell’Emilia, cioè dell’Italia, rinasca in fretta. E rinasca com’era e dov’era, per consentirci di continuare a crescere insieme.

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Prevenire gli eventi tellurici (indirizzare adeguatamente la spesa pubblica)

ý– IL PIANETA – ü
Associazione per la tutela della Natura e dell’Ambiente, della Salute,
del Patrimonio Storico e Paesaggistico.
Rignano sull’Arno (Firenze)
Comunicato stampa 17 MAGGIO 2013

In relazione alle trascorse situazioni degli eventi tellurici che ripetutamente hanno riguardato il nostro territorio nazionale, alle conseguenze funeste che vi sono state per la popolazione di regioni diverse ed a quanto ha accertato ed espresso con sentenze la Magistratura, questa associazione chiede al Governo di procedere risolutamente annullando le inutili e dannose spese previste per l’acquisto di aerei da guerra e quanto altro di analogo e provvedere invece alla dislocazione di apparecchi innovativi che possono offrire (come mostrato a suo tempo per il terremoto nell’area dell’Aquila) possibilità di anticipare il manifestarsi di eventi tellurici e prevenire conseguenze funeste.
In un momento di profonda crisi economica occorre una grande maturità politica e tecnica per l’impiego adeguato e giusto della contenuta disponibilità economica, la quale, per quanto esposto sopra, va a contemplare anche (dopo l’installazione di apparecchiature specifiche) piani adeguati di avviso alle popolazioni.
Leonardo Mastragostino presidente

Ricostruiamo L’Aquila

Fonte: Il Fatto Quotidiano
Di: Tomaso Montanari

 Gli storici dell’arte per l’Aquila

Ieri all’Aquila 1000 storici dell’arte hanno chiesto una «ricostruzione civile» per la città martire del patrimonio artistico europeo. Questo il documento finale, che è stato anche consegnato al ministro Bray, presente per tutta la giornata.
«Gli storici dell’arte riuniti all’Aquila oggi, 5 maggio 2013, intendono scuotere con forza tutte le istituzioni e ogni cittadino italiano. Vogliamo ricordare che non ha paragone al mondo la tragedia di un simile centro monumentale abitato che ancora giaccia distrutto, a quattro anni dal terremoto che l’ha devastato e a quattro anni dalle scelte politiche che l’hanno condannato a una seconda morte.
La prima cosa che vogliamo dire è che l’Aquila è una tragedia italiana, non un problema locale. È questo il senso della nostra presenza fisica, è questo il senso della volontà di guardare con i nostri occhi i monumenti aquilani in rovina. L’articolo 9 della Costituzione impone alla Repubblica di tutelare il patrimonio storico e artistico «della Nazione» attraverso la ricerca: ecco, oggi la comunità nazionale della storia dell’arte è all’Aquila. Per dire che il centro dell’Aquila è un unico monumento di assoluto valore culturale che appartiene alla Nazione: e che ora la Nazione deve essere al servizio dell’Aquila.
Mai come oggi, mentre finalmente i primi ventitré cantieri iniziano a prendersi cura di alcuni tra gli edifici monumentali del centro, è vitale che il sapere critico, la ricerca, l’insegnamento, la professionalità degli storici dell’arte siano a disposizione degli organi di tutela pubblici. E noi ci siamo.
Siamo anche profondamente consapevoli del valore civile della storia dell’arte, e non accettiamo la riduzione della nostra disciplina a leva dell’industria dell’intrattenimento ‘culturale’ al servizio del mercato.
Ed è per questo che affermiamo con forza che la ricostruzione della città di pietre non basta. Per questo la nostra giornata è intitolata alla «ricostruzione civile».
Gli storici dell’arte sanno che la città di pietre ha senso solo se è vissuta, giorno dopo giorno, dalla comunità dei cittadini. E questo legame vitale all’Aquila è stato volontariamente spezzato. Così, anche ammesso che, tra vent’anni, riusciamo ad avere l’Aquila com’era e dov’era, avremo una generazione di aquilani che non è cresciuta in una città, ma nelle cosiddette new town: cementificazioni del territorio senza alcun progetto urbanistico, e anzi immaginate come somme di luoghi privati. Senza spazio pubblico, senza arte, con un paesaggio violato.
Dunque, gli storici dell’arte riuniti all’Aquila chiedono con forza:

  1. Che il restauro del centro monumentale dell’Aquila, inteso come un unico e indivisibile bene culturale da proteggere, sia la prima urgenza della politica nazionale del patrimonio culturale. Che il flusso del finanziamento sia costante, e che l’andamento dei lavori sia pubblico, e totalmente trasparente. Che questo processo riguardi anche tutti gli altri centri storici del cratere, parti di un unico sistema ambientale, paesaggistico, urbanistico, storico-artistico.
  2. Che l’Aquila risorga com’era e dov’era. Che non si ricorra a demolizioni, e non si ceda all’assurda tentazione di improprie ‘modernizzazioni’ del tessuto urbano che violino la Carta di Gubbio. Che il significato civile e sociale di ogni monumento, del suo aspetto storico e della sua connessione con tutto l’organismo urbano che lo accoglie, sia considerato il primo, più importante, inderogabile valore.
  3. Che si rinunci ad ogni progetto di trasformare l’Aquila in una sorta di Aquilaland, cioè in un parco a tema che estremizzi quella perdita di nesso tra monumenti e cittadini che consuma giorno per giorno città come Venezia e Firenze. Per questo diciamo no ai progetti di realizzare parcheggi sotterranei, centri commerciali, richiami turistici a spese del tessuto storico monumentale e abitativo.
  4. Che il restauro del centro sia progressivamente accompagnato dal ritorno degli abitanti. Non possiamo aspettare venti anni per far trasferire gli aquilani dalle ‘new town’ nelle loro vere case: bisogna immaginare una politica di incentivi che acceleri questo processo, e che faccia progressivamente rivivere il centro. Per far questo, la ricostruzione deve inserirsi in una pianificazione urbanistica governata dalla mano pubblica, e non deviata da interessi privati. A questa pianificazione spetterà anche decidere del futuro delle ‘new town’: alcune dovranno essere abbattute, per ripristinare il paesaggio, altre potranno forse trovare un uso proficuo, ma solo all’interno di un piano preciso.

Non c’è più tempo: il momento di restituire l’Aquila e i suoi monumenti ai cittadini aquilani e alla nazione italiana è ora».

Terremoto: Italia Nostra chiede un incontro urgente con il Ministro Ornaghi

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione ribadisce la propria posizione contro l’esautorazione delle Soprintendenze, la subordinazione alla protezione civile ed esprime forte preoccupazione per i ritardi delle operazioni di ricognizione del danno e di messa in sicurezza degli immobili e la  mancanza di trasparenza della gestione post-sisma

Il Consiglio Direttivo di Italia Nostra riunito a Roma si riconosce, sostiene e condivide l’analisi e le critiche espresse nei confronti dell’azione del Ministero dei beni culturali nella conferenza stampa dell’11 giugno 2012 promossa dalle sezioni dei territori colpiti dal sisma.
In particolare respinge:

  • l’esautorazione delle Soprintendenze territorialmente competenti e capaci di gestire i problemi della messa in sicurezza del patrimonio culturale
  • l’illegittimo incardinamento degli organi di tutela – che significa acritica subordinazione – alla protezione civile che  ha dimostrato scarso interesse alla difesa del patrimonio culturale colpito, come evidenzia il numero ancora imprecisato di demolizioni già realizzate o programmate
  • la tendenza, frutto di ignoranza culturale, di dividere il patrimonio storico delle zone colpite in edifici di serie A da conservare ed edifici di serie B da tutelare
  • l’abbandono del concetto di centro storico come complesso indivisibile da tutelare nel suo insieme, così come Italia Nostra, a partire dalla Carta di Gubbio, ha sostenuto sempre. Il centro storico rappresenta per la popolazione elemento indispensabile di identità civile e sociale.

Segnala con vivissima preoccupazione:

  • i ritardi delle operazioni di ricognizione del danno e di messa in sicurezza degli immobili
  • la mancanza di trasparenza e di coinvolgimento di queste fasi post-sisma, pericolosa anche sotto il profilo della tenuta democratica.

Vista la gravità e l’urgenza dei problemi, Italia Nostra richiede un incontro immediato con il Ministro Lorenzo Ornaghi ai fini di esporgli nel dettaglio le criticità della situazione attuale e proporgli immediate azioni correttive, senza le quali il Ministero rischia di uscire definitivamente screditato.
La gestione aquilana è un’esperienza da archiviare e Italia Nostra metterà in atto ogni azione legittima affinché non si ripeta.

La lezione del terremoto emiliano rischia di essere inutile

Fonte: Il Corriere del Mezzogiorno Napoli 
Di: Tomaso Montanari

Sul terremoto abbiamo alcune certezze.
La prima è che, purtroppo, tornerà. Quasi tutta l’Italia è, più o meno, sismica. E certo lo è il Mezzogiorno.
La seconda è che, quando tornerà un forte terremoto al Sud, i danni saranno terribili. E una delle vittime più massacrate sarà sicuramente il patrimonio storico e artistico monumentale.
La terza certezza è che questo si potrebbe evitare, almeno in misura significativa.
Se, nonostante tutto, abbiamo ancora il tessuto storico-architettonico che abbiamo, lo dobbiamo all’umile manutenzione assiduamente curata lungo i secoli. Una manutenzione che oggi è completamente trascurata: per mancanza di soldi, ma assai prima per mancanza di interesse per qualunque cosa non dia un immediato ritorno mediatico.
Oggi, anzi, il nostro patrimonio è ancora più esposto di cento o duecento anni fa. Perché è abbandonato, reso malsicuro dal dissesto dei suoli, non di rado appesantito e compromesso da ‘restauri’ moderni. Non è, per esempio, difficile immaginare che tutto il cemento improvvidamente iniettato nelle strutture delle chiese storiche di Napoli dopo il 1980 le condannerebbe a morte in caso di una nuova forte scossa sismica.
Dunque, che fare? Forse è venuto il tempo di dire che la vera Grande Opera che lo Stato dovrebbe mettere in campo per far ripartire l’economia meridionale è la messa in sicurezza del patrimonio storico e artistico. Sarebbe un investimento economico, sociale, intellettuale e morale.
E consentirebbe anche uno straordinario risparmio: di vite umane, di monumenti e di denaro. Il fiume di denaro che da decenni continuiamo a gettare per riparare ai gravissimi danni sismici che ci ostiniamo a non voler prevenire.
E, purtroppo, la quarta certezza è che nemmeno la lezione dell’Emilia servirà.

Crolla il patrimonio artistico abbandonato dai governi

Fonte: Il fatto Quotidiano
Di: Tomaso Montanari

Si può annullare il rischio sismico del patrimonio monumentale italiano? La risposta è no: l’invulnerabilità del tessuto storico è un’illusione ottica moderna. Ma la risposta è un ‘no’ anche quando ci chiediamo se si è fatto tutto ciò che si poteva e si doveva fare per ridurlo al minimo, quel rischio.
Nel 1983, il direttore dell’Istituto Centrale del Restauro Giovanni Urbani dedicò una serie di volumi ed una mostra alla «Protezione del patrimonio monumentale dal rischio sismico». Si trattava di un programma concretissimo in cui erano illustrati i singoli passi da percorrere per evitare che i futuri terremoti (in Italia tutt’altro che eccezionali) provocassero danni come quelli, tragici, dell’Emilia di oggi. La stima del 1983 parlava di una spesa globale di 2.700 miliardi di lire: meno di 5 miliardi di euro di oggi. Una cifra non piccola, certo: ma se si pensa che solo la costruzione delle ‘new town’ dell’Aquila (che ospitano gli abitanti del centro monumentale) è costata quasi un miliardo di euro, si potrà avere un’idea della straordinaria perdita economica (per tacere di quella culturale) dovuta alla rinuncia alla prevenzione.
Già, perché nulla di concreto seguì agli studi dei primi anni ottanta: e Urbani lasciò la guida dell’ICR proprio a causa della suicida cecità dei vertici del Ministero per i Beni culturali. E il Mibac di oggi mette a bilancio per il rischio sismico la miseria di 4 milioni e mezzo di euro (forniti peraltro da Arcus), e li spende tutti per la verifica dell’applicazione delle attuali linee guida a qualche decina di musei. Se si pensa che, sotto il ministero Bondi, Tremonti sottrasse al bilancio Mibac la bellezza di 1 miliardo e 300 milioni di euro, si avrà un’idea dell’irrilevanza dell’attuale politica di tutela preventiva.
Il risultato paradossale è che oggi il patrimonio monumentale italiano è più esposto ai terremoti di quanto lo fosse due secoli fa. Oggi, infatti, la manutenzione ordinaria del patrimonio diffuso è totalmente trascurata, in nome degli ‘eventi’ e dei restauri straordinari e mediatici concentrati su poche opere simbolo. Senza contare le frequenti inserzioni in cemento armato che minano le architetture storiche.
Se si non si riesce a far capire all’amministrazione comunale di Padova che la suprema Cappella degli Scrovegni di Giotto rischia l’inondazione a causa dei dissennati progetti di cementificazione limitrofa, figuriamoci se è possibile parlare di conservazione programmata su scala nazionale. Occorre davvero un terremoto, ma culturale.

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