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Il Codice da Renzi lettera di fuoco dal Sindaco a Ornaghi

Fonte: Il Fatto Quotidiano, 15 agosto 2012
Di: Tomaso Montanari

‘Leonardo è mio e me lo gestisco io’

“Caro ministro, la città di Firenze non accetterà mai…”. “Non le abbiamo chiesto la luna”, la sua è una “posizione pilatesca”. E ancora “se Ella e i suoi collaboratori preferiscono prendere tempo, non esprimendosi, non sarà la mia amministrazione a giocare al rinvio”, perché “noi siamo seri”. E poi la bordata finale: “se il ministro oggi ha paura ad autorizzare ciò che viene autorizzato costantemente in tutti i restauri del mondo, aspetteremo che cambi Governo”.
Ma che mai avrà fatto il ministro Lorenzo Ornaghi alla città di Firenze? Ha spostato gli Uffizi nella sua Milano? Ha inviato in dono il David di Michelangelo alla Merkel, in segno di sottomissione? E cosa può aver spinto Matteo Renzi a trattare Ornaghi come nessun esponente del PD ha trattato nessun ministro di Monti, usando un vocabolario e un’aggressività che manco Fassina con la Fornero?
Ornaghi, in verità non ha fatto nulla (il che, bisogna riconoscere, gli riesce perfettamente). È stata invece la soprintendente di Firenze, Cristina Acidini, a rispondere al sindaco che proprio non era possibile violare le leggi di tutela e l’etica del restauro per permettere a Renzi e alla squadra guidata dall’ingegner Maurizio Seracini di smontare gli affreschi di Giorgio Vasari nel salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio per cercare il fantasma della Battaglia di Anghiari di Leonardo, che ossessiona il sindaco almeno quanto il sesso ossessiona Berlusconi. Ma il rottamatore ed aspirante premier non distingue tra decisioni tecnico-scientifiche dei funzionari del Mibac e competenze del ministro: per lui tutto è nella disponibilità della politica. Cioè nella sua.
Quindi prende carta e penna, e giù insulti a Ornaghi in nome e per conto della “città” (con cui si identifica, come il Re Sole con lo Stato). E la lettera è un testo chiave per chi vuol capire Matteo Renzi, il più incredibile portatore sano di cultura della politica italiana: nel senso che ne parla in continuazione senza esserne minimamente affetto. Vediamone i punti salienti.
“Le ricerche dell’ingegner Seracini, supportate dalla città di Firenze … hanno prodotto risultati inoppugnabili … sotto il Vasari c’è un’opera pittorica”. Falso. Seracini ha prelevato dietro il Vasari dei campioni che ha fatto analizzare in due laboratori di sua fiducia, e poi ha comunicato (in conferenza stampa, non in sede scientifica, si badi) che era stato rivenuto del colore, e un colore che avrebbe usato solo Leonardo. Nessun altro laboratorio terzo ha potuto fare delle controanalisi, e dunque bisogna fidarsi della parola di un team sponsorizzato da un canale di docu-fiction (National Geographic) che ci ha costruito sopra un lucrosissimo (e terrificante) documentario ben prima che qualcuno abbia potuto verificare i risultati della ‘ricerca’. E dopo aver annunciato, in consiglio comunale, che i campioni sarebbero infine stati analizzati dall’Opificio delle Pietre Dure del Mibac, Renzi ha dovuto fare marcia indietro con la coda tra le gambe, confessando che – guarda caso – il materiale era stato esaurito nelle analisi di Seracini, e che ormai nessuna verifica era possibile. Dunque: bisogna credere, alla faccia di Galileo. E ora che la soprintendenza di Firenze gli concederebbe di reinserire le sonde nei fori già praticati sul Vasari, e dunque di poter dare finalmente un corpo scientifico a questa carnevalata, ebbene Renzi che fa? Rovescia il tavolo, e insulta Ornaghi dicendo che o si stacca Vasari o niente. Un modo scomposto di uscire dall’angolo e di gettare sabbia mediatica negli occhi degli osservatori internazionali, che a questo punto cominciano a perdersi nei meandri di una vicenda sempre più italicamente surreale.
“Per correttezza ho il dovere di dirLe – è ancora Renzi a Ornaghi – che la Città pubblicherà la ricerca di Seracini”. E questa è davvero meravigliosa: una città che pubblica una ricerca scientifica. Nemmeno nella Russia sovietica il controllo dell’autorità politica sulla ricerca e sulla conoscenza era così diretta. Renzi non promuove, non sostiene, non auspica: no, lui pubblica, come se fosse il CNR o un intero dipartimento universitario. Il municipio di Parigi concede borse di studio che consentono a giovani italiani che studiano, non so, il greco di condurre liberamente la loro ricerca: il comune, anzi la città, di Firenze pubblica direttamente le sue ricerche.
“Nel corso di questi mesi la mia amministrazione ha fatto della cultura la chiave di volta del proprio mandato … la ricerca della Battaglia di Anghiari per noi sta in questa logica di investimento sulla cultura come sfida identitaria per la città.” E l’eterno candidato alle primarie del PD non è nemmeno sfiorato dall’idea che la cultura sia rigore, dubbio, apertura ai controlli terzi, verifica continua. No, per lui è una sfida all’ultimo sangue con i “professoroni”. Fino alla comica finale, o semifinale, di Ferragosto.
Se il prossimo governo dovesse essere guidato da Renzi, il Paese può dormire tranquillo: Giorgio Vasari, questo pericoloso nemico della cultura italiana, avrà i minuti contati.

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Battaglia di Anghiari, Montanari: “Renzi si occupi di asili”

Fonte: Ansa

Lo storico dell’arte: “Il sindaco ha tentato di bypassare
la normale procedura.
Il ministro ha fatto bene a fermare questa forzatura”

“Una volta tanto, in questa vicenda, ha vinto il rispetto delle regole”. Così lo storico dell’arte Tomaso Montanari, tra i firmatari di un appello sottoscritto mesi fa da numerosi intellettuali per bloccare la ricerca della Battaglia di Anghiari di Leonardo, ha commentato le dichiarazioni del ministro Lorenzo Ornaghi, che ha ricordato come spetti alla Sovrintendenza per il polo museale fiorentino decidere se le indagini devono proseguire. Montanari ne ha parlato a margine di un’iniziativa al Gabinetto Viesseux di Firenze.
“Renzi – ha detto Montanari – ha tentato di bypassare la normale procedura che prevede di riferirsi alle Sovrintendenze, scrivendo direttamente al ministro, e dunque bene ha fatto Ornaghi a fermare questa forzatura e a ricondurre la conduzione dell’indagine nell’alveo delle regole. Il primo cittadino di Firenze impari da questa vicenda: le ricerche scientifiche non sono condotte dai sindaci e autorizzate dai ministri, ma portate avanti dagli scienziati e autorizzate dalle Sovrintendenze.
Meglio farebbe ad occuparsi di asili e strade”. Anche lo storico dell’arte Salvatore Settis, presente con Montanari al Viesseux (e anche lui tra i firmatari dell’appello), ha espresso una sia pur fugace opinione sugli ultimi sviluppi del caso. “Forse bisognerebbe chiedersi – ha detto – come mai Ornaghi è venuto a dire a Firenze una cosa che avrebbe potuto dire, e da tempo, a Roma”.

Indiana Renzi e il Leonardo immaginario

Fonte: Il Fatto Quotidiano, 14-3-2012
Di: Tomaso Montanari

Matteo Renzi ha trovato un alleato prezioso, anzi un cantore appassionato: è Armando Torno, del «Corriere della sera». Il quale, ieri, ha superato se stesso: «che poi la pittura murale sia scomparsa, o non ci sia, o si vedano solo i frammenti, poca conta. Là lavorò Leonardo». L’inventore del ‘manifesto per la cultura’ del Sole 24 ore (motto: «La cultura fattura») continua in questi termini: «La Battaglia di Anghiari ha trovato – giustamente – degli esperti che invitano alla prudenza. Nessuno, però, potrà fermare ricerche, sondaggi, ipotesi, il giallo internazionale che si sta alimentando, i non addetti ai lavori che aggiungono conferme alle loro ipotesi. Quel che Leonardo ha solo pensato è già realtà. Quel che ha lasciato interrotto diventa laboratorio. Anche di fantasia».
Renzi e Torno hanno colto nel segno: quel che oggi davvero buca lo schermo è il mistero, non la realtà; la distrazione suggestiva, non la verifica empirica; l’evasione fantastica, non la critica del reale. Vince chi parla solo alla parte irrazionale, insomma, non chi cerca di costruire e difendere argomenti misurabili. E poco importa se stiamo parlando non di Cagliostro, ma di Leonardo, la cui intera visione del mondo si potrebbe riassumere in questa sua frase: «Certo il cimento delle cose dovrebbe lasciar dare la sentenzia alla sperienzia».
Se stessimo alla «esperienza», cioè alle regole della conoscenza scientifica, la clamorose ‘prove’ dell’esistenza in vita della Battaglia di Anghiari annunciate nella conferenza stampa di Renzi scomparirebbero come neve al sole. Vediamo perché.
Il team guidato dall’ingegner Maurizio Seracini annuncia di aver trovato dietro l’affresco di Vasari una ‘intercapedine’.
Niente di nuovo: Massimiliano Pieraccini, l’inventore del radar con cui lo stesso Seracini aveva scandagliato quella parete, aveva già dichiarato che «la discontinuità c’è, ma sull’intera parete est, e non c’è nessuna struttura localizzata che possa far pensare a una nicchia per proteggere qualcosa. Semplicemente Vasari ha costruito un muro addossato a una parete».
Ma il clou sono i frammenti di pigmenti che sarebbero stati rinvenuti su quel secondo muro. Si parla di campioni inferiori ad un terzo di millimetro, che Seracini ha fatto analizzare in un laboratorio privato a Pontedera, di cui si serve la Piaggio. Ma l’amministratore delegato del laboratorio dichiara: «Ci dispiace non siamo autorizzati a rivelare i contenuti delle analisi». Già, perché in questa curiosa ‘ricerca scientifica’ lo sponsor (che è National Geographic) ha l’esclusiva dei dati. Dunque bisogna fidarsi: credere. Proprio come ad un articolo di fede: e alla faccia della «sperienzia».
C’era un modo molto semplice per dare un serio corpo scientifico a queste ‘scoperte’: affidare gli stessi campioni ad un laboratorio riconosciuto e autorevole nel delicato campo della chimica applicata alla storia dell’arte. E soprattutto ad un laboratorio ‘terzo’: cioè non coinvolto in un’operazione che gli stessi promotori definiscono «di marketing». Poteva essere l’Opificio delle Pietre Dure, che sovraintende alla ricerca dal punto di vista della tutela, ma che non si è voluto coinvolgere sul piano scientifico. Sia da un punto di vista tecnico che storico-artistico, l’Opificio avrebbe potuto autorevolmente accertare se davvero si tratta di pigmento, e se davvero si tratti di un tipo di pigmento rinvenuto esclusivamente in dipinti leonardeschi (il che, francamente, mi pare assai improbabile).
E uno si chiede: se davvero i dati fossero stati così clamorosamente a favore della presenza della Battaglia di Anghiari, Maurizio Seracini e Matteo Renzi non avrebbero forse avuto tutto l’interesse a far ripetere gli esperimenti all’Opificio? Perché, allora, non l’hanno fatto? La risposta lascia interdetti: «semplicemente non è stato possibile farli partecipare alla fase delle analisi per problemi di tempo». Certo, perché a dettare l’agenda della ‘ricerca’ non sono i tempi del laboratorio, ma quelli della conferenza stampa.
E così bisogna credere sulla parola, in attesa che Renzi convinca il ministro dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi a permettergli di ‘smontare’ l’affresco di Vasari per vedere se dietro c’è davvero un rudere leonardesco, o semplicemente una decorazione geometrica, o magari nulla. Durante la conferenza stampa, il sindaco di Firenze ha chiesto a Ornaghi di fare della ricerca della Battaglia di Anghiari «una delle più grandi e cruciali questioni della politica culturale di questo Paese». Mentre leggo questa dichiarazione iperbolica mi trovo all’Aquila, tra le macerie di uno dei principali centri storici del Paese, distrutto tre anni fa dal terremoto e ancora in attesa di essere restaurato. Uno scenario in cui appare davvero impensabile invitare il responsabile del patrimonio storico e artistico italiano a partecipare ad una spensierata caccia al tesoro. Ma, per la felicità di ArmandoRenzi, nell’Italia del 2012 conta la fantasia, non la realtà.

Battaglia di Anghiari, il ministro: “Si proceda, senza danni”

Fonte: La Repubblica Firenze

L’intervento del ministro dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi
sulla ricerca del celebre dipinto di Leonardo

 Sulla Battaglia di Anghiari, il celeberrimo dipinto di Leonardo che si sta cercando a Palazzo Vecchio a Firenze dietro l’affresco del Vasari, “Se si può procedere senza fare danni va bene”. Lo dice il ministro dei beni culturali Lorenzo Ornaghi, rispondendo ad una domanda a margine della presentazione oggi a Roma della XX Giornata di Primavera del Fai.
(Clicca per leggere l’articolo: Renzi: “Abbiamo trovato Leonardo”)
Il sindaco di Firenze Matteo Renzi, precisa il ministro, “è stato molto corretto, informandomi in anticipo di quello che mi avrebbe pubblicamente chiesto. E’ un argomento a proposito del quale possono sorgere diversità di opinioni scientifiche.- sottolinea – Il mio stile accademico è che bisogna considerale tutte, quindi no allo stop purchè si possa procedere senza fare danni”
La ricerca della Battaglia di Anghiari non è “giochino” per amministratori in cerca di visibilità, ma un’occasione “mondiale” per Firenze, ha ribadito il sindaco Matteo Renzi: “Credo che tutta Firenze debba fare una riflessione sul fatto che la Battaglia di Anghiari non è il ‘giochino’ di qualche amministratore in cerca di visibilità, ma è una grande occasione di visibilità mondiale per la città”.
“Nessuno di noi è alla caccia di scoop – ha sottolineato il sindaco -: questa è una grande battaglia culturale finalizzata a ridare ai fiorentini e ai cittadini di tutto il mondo non un dipinto di ‘serie b’, ma quello che veniva considerato il più grande capolavoro del Rinascimento. Credo che tutte le persone normali di Firenze sappiano che questa è una grande sfida per la nostra città”.
“E’ un’emozione che fa venire i brividi – ha concluso Renzi – pensare che dopo cinque secoli si possa andare a capire quanto è rimasto della Battaglia di Anghiari: adesso che abbiamo capito che c’è, capire quanto ne è rimasta e se riusciremo a tirala fuori”

Battaglia di Anghiari e il Leonardo perduto

Fonte: Corriere Fiorentino13-3 2012 
Di: Tomaso Montanari

Il fronte del no
La riprova ( scientifica) che ancora manca potrebbero
essere segni di una qualsiasi decorazione

Emerge il nero a Palazzo Vecchio! Ma no, non c’entrano i fondi di Lusi: è il colore della Gioconda. Anzi, vuoi vedere che in quell’intercapedine c’è anche qualche capello di Monna Lisa in persona? Magari ci sono perfino le ossa: e sai come schiatterebbero alla Provincia, che scava inutilmente a Sant’Orsola, se le trovasse il Renzi? E c’è già chi dice che Vasari abbia costruito una intercapedine minore per preservare un torsolo di mela morsicato da Leonardo. Se siamo fortunati, l’analisi del DNA scioglierà l’enigma, anzi il mistero: a Leonardo piacevano le mele?
Meglio provare a sorridere, perché a prendere seriamente la conferenza stampa di ieri viene da piangere. Domani l’opinione pubblica globale sarà riportata, come per incanto, ad una dimensione pregalileiana della conoscenza. Tutti i media titolano infatti sulle ‘prove’ della presenza di Leonardo: ma di quali prove parliamo?
Anche ammesso che si tratti davvero di pigmenti, nulla permette di collegarli a Leonardo (e non ad una qualunque decorazione pittorica presente nell’antica sala). L’idea che una certa composizione chimica sia la ‘prova’ della presenza della Battaglia di Anghiari ha più a che fare con la propaganda che con la scienza. Per fare una simile affermazione (comunque concettualmente spericolata, perché Leonardo non aveva un’esclusiva chimica) ci vorrebbe una lunga analisi differenziale che dovrebbe basarsi su banche dati di fatto inesistenti. In ogni caso, uno dei pochi luoghi dove un’indagine del genere avrebbe potuto essere condotta è un’istituzione pubblica ed è a Firenze: l’Opificio delle Pietre Dure, che ha al suo interno le rarissime competenze scientifiche, tecniche e storiche il cui serrato confronto è necessario per provare a venire a capo di simili, complicatissime ricerche. E, invece, quando un giornalista ha chiesto al soprintendente dell’Opificio Marco Ciatti cosa pensasse dei risultati, egli ha risposto – con esemplare onesta intellettuale – che non poteva esprimersi, perché all’Opificio non è stata data la possibilità di ripetere le indagini. I risultati provengono, infatti, da un laboratorio privato di Pontedera, e non sono stati verificati da nessun istituto terzo rispetto al team che guida una ricerca che lo stesso Renzi ha definito finalizzata «al marketing».
Le evidenze scientifiche si assodano «provando e riprovando», diceva Galileo: ma in questo caso non ci sono elementi né per approvare, né per disapprovare, si deve semplicemente credere, come si crede ad un articolo di fede. E allora proviamo a credere che i dati siano così clamorosamente a favore della presenza della Battaglia di Anghiari: in quel caso Maurizio Seracini e Matteo Renzi avrebbero avuto tutto l’interesse a far ripetere gli esperimenti all’Opificio. Perché, allora, non l’hanno fatto?
È sulla base di questi dati ‘a prova di bomba’ che Renzi chiede al ministro Ornaghi (il ‘ministro della Cultura’ come lo chiama lui, alla Veltroni) di fare della ricerca della Battaglia di Anghiari «una delle più grandi e cruciali questioni della politica culturale di questo Paese». In questi toni sobri e misurati è finalmente possibile leggere un progetto per la crescita culturale del Paese: il Grande Fratello della storia dell’arte.
Ma, attenzione: dalla fiction si potrebbe passare alla realtà più cruda. Il sindaco dichiara alla Reuters di sperare che la tecnologia permetta di ammirare contemporaneamente Leonardo e Vasari, ma che, dovendo scegliere, sceglierebbe Leonardo. Vuoi vedere che nel laboratorio di Pontedera si è svolto il primo esperimento di eugenetica della storia dell’arte?

I Grandi Eventi che uccidono i beni culturali

Nel bell’articolo di Tomaso Montanari, oltre a un’analisi chiara e intelligente in tema di politica culturale che sostiene e sponsorizza solo grandi eventi e mostre discutibili trascurando sempre più la conservazione ordinaria dei beni culturali, unico intervento che ci consentirebbe invece di garantirne un futuro, si parla anche di due temi sui quali Italia Nostra ha preso una forte posizione di denuncia: la ricerca ‘a tutti i costi’ del Leonardo perduto sforacchiando l’affresco del Vasari in Palazzo Vecchio e del folle progetto della terrazza nuvola progettata su tetto della Rinascente per ‘nobilitare’ la già poco bella piazza della Repubblica di Firenze.
Mariarita Signorini responsabile comunicazione Italia Nostra Toscana

Fonte: Il Corriere Fiorentino, 7 gennaio 2012
Di Tomaso Montanari 

«Alla manutenzione, l’Italia preferisce l’inaugurazione». Lo scriveva Leo Longanesi nel 1955, e oggi è ancora più sistematicamente vero.
La morbosa politica ‘culturale’ dei Grandi Eventi rende praticamente inimmaginabile che un ministro o un sindaco trovino conveniente annunciare una campagna di manutenzione ordinaria a tappeto: troppo poco, troppo grigio, troppo umilmente anonimo. Ma il problema è ancora più profondo, e riguarda la mentalità indotta dal consumismo di massa nella sua fase estrema e (chissà) finale: è l’idea stessa della conservazione, della cura quotidiana degli oggetti ad essere uscita dal nostro orizzonte mentale. Se questo è vero per il nostro stesso corpo, lo è ancora di più per il corpo delle nostre città. Non è difficile oggi capire l’ardimento visionario con cui Pippo Brunelleschi pensò la Cupola: difficile è capire l’Opera del Duomo, che incessantemente cura la Cupola e la Cattedrale ogni giorno di ogni mese di ogni anno di ogni secolo. Eppure, senza l’Opera la Cupola non sarebbe né sorta, né tantomento arrivata fino a noi.
Da un punto di vista culturale, il punto cruciale è la nostra stessa incapacità di vedere il contesto, il tessuto continuo delle nostre città e del nostro Paese. Avendo interiorizzato il modello ‘americano’ (cioè quello di un paese in cui davvero le opere d’arte stanno solo nei musei) pensiamo per antologie, per picchi di qualità, per capolavori letteralmente «assoluti», e cioè sciolti da ogni legame: mostre-ostensioni di singoli feticci, ricerche ossessive di improbabili capolavori perduti (come la Battaglia di Anghiari) in complessi monumentali che lasciamo invece tranquillamente deperire (come Palazzo Vecchio). Ma anche visite iperselettive, teleguidate: quanti entrano in Santa Maria Novella per vedere Giotto e Masaccio, e vi ignorano quasi qualsiasi altra cosa? Quasi che il tessuto monumentale delle nostre città sia un contentitore neutro che diventa visibile solo quando si sfalda: un corpo considerato solo per gli organi pregiati che contiene, e che è possibile espiantare, prestare, far viaggiare, mettere a reddito. In più, quel corpo esteso ha il gran torto di appartenere a tutti e di non poter produrre reddito per nessuno: quindi, letteralmente, sparisce.
Da tutto questo discende l’automatismo per cui la manutenzione, quando va bene, si identifica con il restauro: meglio se spettacolare, e meglio ancora se di un capolavoro «assoluto». E, invece, il miglior restauro è quello che non si fa: che non si fa grazie ad una conservazione programmata e preventiva.
Ma c’è qualcosa di ancora più profondo.
Il crollo della Colonna della Dovizia è simbolicamente avvenuto nella piazza per cui si è prospettato un intervento violentemente ‘modernizzatore’, una terrazza-astronave che sembra progettata apposta per essere rifiutata, quasi per impedire alla radice ogni possibilità di rinnovamento della città. Tra questi due fatti esiste un nesso, e quel nesso è la perdita del senso della storia. La storia non è il «piacere della scoperta» delle trasmissioni televisive, e non è nemmeno la scienza del passato: come ha scritto Marc Bloch, la storia è la scienza degli uomini nel tempo. Quando il grandissimo storico Henri Pirenne giunse a Stoccolma per la prima volta, disse ai suoi accompagnatori: «Cosa andiamo a visitare come prima cosa? Sembra che vi sia un Municipio nuovissimo: cominciamo da lì?». Di fronte allo stupore dei suoi accompagnatori, egli aggiunse: «Se fossi un antiquario, non avrei occhi che per le cose vecchie. Ma io sono uno storico, è per questo che amo la vita».
Firenze non deve scegliere tra saper costruire il proprio futuro e mantenere vivo il suo corpo antico e meraviglioso: è la stessa sfida.
Quella di un vero, autentico, disinteressato amore per la vita.

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